John McEnroe non è stato il tennista perfetto. Allo stesso modo non ha rappresentato la perfezione dell’atleta e del professionista e, fermo restando che l’uomo sia ontologicamente imperfetto, in alcun modo il noto campione ha costituito un’eclatante eccezione. Dunque perché il titolo John McEnroe – L’impero della perfezione? La risposta è di una semplicità disarmante e risponde alla parola “verità”: McEnroe non ha mai mentito, nel bene e nel male, e in tal senso incarna la perfezione relativa a ciò che è vero in opposizione a ciò che è falso, come ad esempio l’arte cinematografica. E a dirlo non è uno qualunque, ma Jean-Luc Godard – nume tutelare del qui regista Julien Faraut – “Il cinema mente, lo sport no”.

Un assunto che suona da provocazione filosofica, una vera bomba concettuale su cui costruire etica ed estetica.  La palla – o meglio la pallina – al balzo è stata colta da Faraut che, partendo dagli archivi dei filmati in 16mm degli anni ’80 girati al Roland Garros e preservati all’Institut National du Sport di cui è curatore, ha costruito una riflessione suggestiva e potente sull’ideale di perfezione rappresentato appunto dal tennis del grande tennista statunitense. Ma attenzione, quello che uscirà nelle sale italiane il 6 maggio grazie a Wanted, non è il classico documentario sul tennis né, tanto meno, su McEnroe. Si tratta di un “oggetto filmico” ardito e quasi “sperimentale” che alterna parallelismi e convergenze fra l’essenza dello sport (nel qual caso il tennis giocato da JM) e quella del cinema, in una decodifica di entrambi i gesti – considerati quasi delle emanazioni fenomenologiche – alla ricerca e scoperta della sopraddetta verità/falsità.

Il risultato è sorprendente: con una capacità creativa e immaginifica di rara pertinenza, Faraut riesce a dimostrarci quanto “la messa in scena” di John McEnroe sia coesa al “fare cinema” e quanto egli di fatto possa risultare sceneggiatore, regista e protagonista del suo film. In tal senso verità & falsità arrivano a suonare insieme, in un’armonia che scioglie le opposizioni e che ci riporta al cuore del cinema, laddove anche ciò che è falso appare – magicamente – vero agli occhi dello spettatore. John McEnroe – L’impero della perfezione esplode di significati, rimandando – anche – alle nozioni di generi cinematografici e alle classificazioni dei documentari, al punto da divenire una (vera!), purissima e straordinaria lezione di cinema, un esempio concreto di riflessione (specie in chiusura con la narrazione psicodrammatica della finale di Roland Garros 1984 fra McEnroe e Ivan Lendl) sul dispositivo audiovisivo e sulle sue incredibili potenzialità. Tennis e cinema non si sono mai “parlati” così bene come nella perfezione di questa sceneggiatura.

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