Questa volta il mio intervento è un invito, per i miei 25 lettori e per tutti i loro amici. Non perdetevi la prima serata che la rete Focus ha organizzato per sabato 4 maggio e, in particolare, il documentario L’ultimo viaggio del Conte Rosso, che andrà in onda a partire dalle 22. Il 4 maggio ricorre, come è noto, il 70esimo anniversario della tragedia di Superga, l’incidente aereo in cui morirono tutti i calciatori del Grande Torino e gli accompagnatori che avevano partecipato con loro al viaggio in Portogallo. Si tratta di una degli avvenimenti più profondamente impressi nella memoria e nei sentimenti degli italiani. Ma, proprio per questo, la sua ennesima rievocazione risulta particolarmente difficile, costantemente a rischio di cadere nella ripetizione e nella retorica.

Per evitarlo bisogna trovare un punto di vista nuovo, originale. Ci era in parte riuscito qualche anno fa Federico Buffa, che non sempre mi convince nelle sue narrazioni, ma che di fronte a quel macigno che è Superga aveva trovato la giusta ispirazione. Ancor prima ci era riuscita la banda di Tacalabala, lo spettacolo teatrale sui miti del calcio che aveva affidato a Giuseppe Cederna l’interpretazione della tragedia vista con gli occhi e le parole di Chico Ferreira, il grande calciatore portoghese a cui il Torino era andato a rendere omaggio a Lisbona per l’ultima partita della sua carriera. Insomma colui che poteva sentirsi in qualche misura responsabile di tutto ciò che era accaduto. Ma ancor più originale è il punto di vista scelto da Fabiana Antonioli nel suo documentario.

Chiunque di noi abbia vissuto un pezzo del secolo scorso ha recitato almeno una volta “BacigalupoBallarinMaroso” come fosse una poesia. Anche perché, come osserva Giovanni Orelli in un suo bellissimo romanzo calcistico, in effetti quell’incipit della formazione del Grande Torino è una poesia, un perfetto endecasillabo. Bacigalupo, Ballarin, Maroso, dunque, e Castigliano e Valentino Mazzola sono rimasti sempre tra noi. Ma Antonio Giammarinaro, Lando Macchi, Umberto Motto e Guido Vandone chi sono? Sono i quattro ancora in vita e ora un po’ in là con gli anni della squadra dei ragazzi, quella che dovette giocare le ultime quattro partite del campionato 1948/49 che il Torino aveva già matematicamente vinto la domenica prima di partire per Lisbona. Le quattro partite ancora in calendario le giocò – e le vinse – la squadra giovanile, i ragazzi come Giammarinaro, Macchi, Motto e Vandone.

A loro, ai loro ricordi interrotti da un’improvvisa commozione, ai piccoli aneddoti di vita quotidiana calcistica il documentario affida la rievocazione di quella grande epopea che fu il Grande Torino, del mondo magico del Filadelfia, di quella terribile giornata e di quell’esperienza tragica ma straordinaria che i ragazzi furono chiamati a vivere. Contribuiscono al felice esito del lavoro di Antonioli le sequenze dei cinegiornali d’epoca con il loro retoricissimo e commovente commento sonoro, le puntuali pagine dei giornali, l’imprescindibile analisi di Giampaolo Ormezzano in splendida forma e le immagini del Conte Rosso, il pullman che portava allo stadio i calciatori del Grande Torino.

Una piccola nota di chiusura divertente, dopo tanto pathos. Voci di corridoio mi dicono che l’artefice della serata, il direttore di Focus Marco Costa, sia un “gobbo”, uno juventino insomma. Come si dice nessuno è perfetto, ma questa serata televisiva promette di andarci molto vicino.

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