Un anno prima dell’uscita del film di Tim Burton, la leggenda del fumetto Alan Moore pone la pietra miliare al cospetto della quale tutte le interpretazioni del Joker conosceranno un prima e un dopo. Nella storia nota come The Killing Joke al Joker non viene dato un nome ma viene data un’origine, sfaccettata, tragica e complessa, che lui stesso ammette di non ricordare in maniera univoca e coerente, e una tesi: chiunque può diventare lui, chiunque può sprofondare in un abisso di nichilismo e depravazione, tutto ciò di cui ha bisogno è una giornata storta. Dietro all’eufemismo della “giornata storta” si nasconde un violento mix di fallimento, stress, sopruso, perdita e disperazione. Le sevizie fisiche e psicologiche a cui il Joker sottopone il commissario Gordon e la figlia Barbara, solo per dimostrare a Batman quanto sia fragile l’ordine che si ostina a difendere, lo consacrano quale quintessenza antitetica del Cavaliere Oscuro, quale inquietante riflesso distorto, e maniacalmente più sincero, di un adulto altrettanto fittizio e paranoide che dà un senso alla propria tragedia, nonché alla propria mania del controllo, andando in giro a percuotere criminali vestito da pipistrello.

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