Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, abituato troppo bene da certe trasmissioni televisive, evidentemente, pensa di poter dire tutto e il contrario di tutto, purché sia politically correct. Così per difendere l’idea del suo concerto ai 2275 metri di Plan de Corones, e replicare all’invito di Reinhold Messner di lasciar perdere, pensava di chiudere la questione, sostenendo che è bello «sentirsi invasi da gente allegra che non ha nessuna intenzione di violare nessun tempio naturale ma casomai di celebrarlo, suona semplicemente, ahimè, elitario, e siamo alle solite, e a me le solite non piacciono, i club esclusivi non fanno per me». Ma per fortuna il mondo non è solo Che tempo che fa o Facebook, e quindi certe fumosità – pur di poter realizzare un concerto pseudo-rock a 2200 metri di altezza tra le Alpi e le Dolomiti «ma rispettando l’ambiente» – non passeranno alla storia e magari non convinceranno tutti quanti.

A me pare che non sia necessario aver scalato in stile alpino tutti gli Ottomila del mondo per capire che certi luoghi, per natura scomodi, andrebbero lasciati fuori dalle tappe di una tournée. Invece, guarda caso, sono pervicacemente ricercati temo per il gusto kitsch, di fare cassetta, non con la qualità della musica, ma con l’ambientazione in posti atipici e proibiti. Come capitava a ben vedere già al tempo dei conquistadores e delle giubbe blu, segno dell’antica presunzione occidentale di assoluta mancanza di rispetto per i luoghi sacri altrui. Ma lasciando stare ogni sacralità, che oggi si fatica a spiegare, non è nemmeno necessario aver familiarità con corde, piccozza e ramponi per capire che certe cose non si fanno e non si dicono. Se non altro per una questione di buon gusto. E la discussione potrebbe chiudersi qui, se invece non ci fosse dell’altro, molto più inquietante della pretesa un po’ volgare di Jovanotti di trasformare le montagne in Disneyland.

Ad esempio bisognerà pur dire che Plan de Corones, il luogo prescelto dagli organizzatori per il concerto di Jovanotti, di per sé, dal punto di vista ambientale, cioè da quello del rispetto per la montagna, è già una di quelle schifezze inguardabili, con una serie di edifici più simili a un’astronave che a un rifugio di alta montagna, con scale mobili, negozi e cemento a profusione, rese possibili non so bene da che cosa, forse semplicemente da uno sconsiderato uso dell’autonomia locale praticato dal Sudtiroler Volkspartei. Da anni, infatti, su quel panettone a scavalco tra le valli Badia e Pusteria sono stati effettuati interventi che hanno radicalmente trasformato la cima del colle in una specie di shopping center, sul quale affluiscono ogni ora migliaia e migliaia di «sciatori», i quali poi – ebbri di tanti agi e opportunità consumistiche – si riversano in massa su piste che dovrebbero portare solo a valle, ma che, date le premesse, in realtà conducono spesso ai Pronto Soccorso circumvicini, dato l’affollamento e l’assenza di cultura della montagna dei praticanti. A fianco, fortunatamente con altro impatto e maggiore discrezione, nel medesimo luogo è stato costruito anche uno dei numerosi Musei della Montagna voluti da Reinhold Messner, uno spazio realizzato con finalità certamente opposte rispetto all’astronave e certamente nobili, che tuttavia è andato a incrementare le cubature edificate in cima al povero Plan.

Così una volta accertato che a vario titolo, dallo shopping center, ai ristoranti, alle discoteche chiassose, ai negozi e ai musei tutto può fare brodo sulla cima di una montagna purché porti denari e consenso alla politica locale, perché scandalizzarsi adesso per un concertino di Jovanotti, che per di più garantisce per iscritto su FB sulle sue virtù ambientali e sul rispetto del posto? Ora che da tempo il latte del saccheggio della montagna e dell’ambiente è stato versato in tante valli alpine e dolomitiche, per finalità pseudo turistiche, perché turbarsi se anche un signore in cerca di pubblico vuole portare il suo spettacolo sulla sommità di una montagna a 2200 metri e oltre? Date le premesse non è certamente il concerto di Jovanotti l’oggetto più fuori posto a quelle quote. Tutto è da tempo, anche sulle vette inviolate, solo una questione di soldi, meglio di far soldi, non importa a danno di chi, dell’ambiente, della cultura, della montagna o di che altro. È evidente che di nuovo siamo di fronte alla solita storia di lacrime di coccodrillo, lamentele timide e tardive, spesso più inutili dei fatti che si vorrebbero stigmatizzare.

Lo sfruttamento per finalità (ripeto) pseudo turistiche, ma in realtà puramente affaristiche, del patrimonio naturale delle Alpi, delle Dolomiti e degli Appennini, realizzato spesso all’ombra di una malintesa e spregiudicata autonomia locale, è un problema serio, che andrebbe considerato più attentamente, ben prima se possibile che ci sia una qualche Greta italiana e svegliare le nostre coscienze.

Infine, già che ci siamo, qualcosa ci sarebbe da dire sulla musica, uno dei capitoli più dolorosi della trascuratezza culturale di questo paese. E potremmo riflettere sul ruolo svolto da un Ministero, che forse si occuperà di preservare il patrimonio artistico italiano, ma per quanto riguarda quello musicale fa ben poco o nulla, certamente non aiutando gli italiani a distinguere musica e musica. Al di là di qualche balzana proposta, infatti, manca completamente ogni attenzione, e se possibile ogni investimento, per elevare il livello della cultura musicale degli italiani, in particolar modo dei più giovani. Se i nostri ragazzi infatti potessero studiare, conoscere e praticare la musica, capirebbero che al di là di ogni separazione fittizia tra modelli musicali, c’è un’unica linea che dovrebbe separare le nostre scelte in campo musicale, quella cioè che divide la buona musica dalla cattiva musica. Proprio questa cultura, tra le altre positive conseguenze, certamente ci porterebbe a evitare sul nascere baracconi irrispettosi, quale quello che si vuole preparare a Plan de Corones.

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