di Linda Maisto, Flora Montepiccolo e Francesco Pastore

Ad oggi risultano presentate oltre 500mila domande, ma i dubbi restano e sono tanti ancora. E’ bene parlarne per chiarirli, perciò torniamo sui temi della guida pratica per fornire ulteriori informazioni. Innanzitutto, dobbiamo dirlo: il reddito di cittadinanza già nel nome presenta una contraddizione, che è causa di non poca confusione. In realtà, quello previsto dal governo è piuttosto un reddito minimo garantito. In altri termini, lo Stato integra il reddito guadagnato dal cittadino fino a un ammontare ritenuto congruo per uscire dalla povertà e fissato, infatti, al livello della soglia della povertà, i famosi 780 euro.

L’accesso al beneficio è solo per chi possiede alcuni requisiti specifici legati principalmente all’Isee (che deve essere inferiore ai 9.360 euro annui), alla cittadinanza italiana e al possesso o meno di determinati beni. Il diavolo si nasconde nei dettagli ed è bene leggere attentamente tutti i requisiti che qui sono solo riassunti per limiti di spazio.

Il beneficiario è tenuto, inoltre, a rispettare determinati obblighi. Entro 30 giorni dal riconoscimento del sussidio, tutti i componenti del nucleo familiare devono dichiarare l’immediata disponibilità al lavoro e aderire al “patto di lavoro”, un contratto siglato tra l’istituzione pubblica e il destinatario della tutela sociale, volto a concordare un percorso di lavoro o di reinserimento sociale. Gli obblighi per il beneficiario comprendono la collaborazione alla redazione del bilancio delle competenze, la consultazione quotidiana della piattaforma digitale dedicata al programma, lo svolgimento di una serie di azioni di ricerca del lavoro previste dal diario settimanale, la partecipazione a corsi di formazione e riqualificazione o percorsi volti all’autoimprenditorialità, la partecipazione a prove di selezione finalizzate all’assunzione e, infine, l’accettazione di una di tre offerte congrue in caso di fruizione del beneficio da oltre 18 mesi. Inoltre, in caso di rinnovo del beneficio, deve essere accettata la prima offerta utile di lavoro, pena la perdita del beneficio stesso.

Gli scopi della misura sono essenzialmente due: la lotta alla povertà e il reinserimento lavorativo. Riguardo la povertà, occorre precisare che essa non sempre è dovuta alla mancanza di lavoro. Escludendo le persone anziane che non sono più attive al lavoro, una buona parte dei percettori del Rdc sarà costituita dai working poors (lavoratori poveri), cioè coloro i quali svolgono attività precarie poco remunerative, e tali quindi da non garantirne un reddito decoroso. Dei lavoratori poveri abbiamo parlato già in precedenza, suggerendo che per loro un salario minimo potrebbe essere più efficace.

Altro caso è invece rappresentato da persone adulte non occupabili, in quanto disabili o gravemente invalidi, o donne che si occupano della cura di minori o anziani non autosufficienti. Si riduce così la quota delle famiglie povere in cui ci sono adulti attivabili al lavoro. In questi casi, la condizionalità prevista dal programma non può essere rispettata e la misura tende a protrarsi nel tempo, riducendosi a mero assistenzialismo.

Alla mancanza di reddito possono poi associarsi diversi fattori come la scarsa qualificazione professionale, la mancanza di esperienza lavorativa o l’emarginazione sociale dovuta allo stato di immigrazione o a esperienze come la carcerazione. Nei casi in cui l’attivazione è difficile, può essere controproducente attribuire la gestione del beneficio ai centri per l’impiego, i quali sono strumenti per le politiche attive del lavoro diretti a favorire l’occupazione e non a coprire i vuoti delle politiche sociali. Come avviene per il Rei, la competenza dovrebbe essere attribuita in prima istanza ai servizi sociali dei Comuni che, riconoscendo le difficoltà specifiche, possono agire in collegamento con le altre reti di competenza presenti sul territorio come Asl, scuole, etc., per la loro risoluzione. Solo successivamente, nei casi in cui è possibile un percorso formativo o di inserimento lavorativo, si dovrebbe ricorre ai Cpi. L’esclusione dei servizi sociali fa venir meno la caratteristica della lotta alla povertà, un percorso dinamico e multidimensionale di accompagnamento, scuole per i figli, condizioni sanitarie minime che solo i Comuni possono gestire, essendo il livello istituzionale più vicino ai cittadini.

Rendere le politiche attive punitive perseguendo un inserimento lavorativo a tutti i costi rischia di favorire la proliferazione di forme di lavoro precarie e mal retribuite. In alcuni casi, invece, l’accettazione del lavoro comporta un peggioramento della situazione economica in quanto si perde più con il sussidio di quanto non si guadagni in termini di lavoro, soprattutto se il luogo di lavoro si trova a molti chilometri di distanza. Nella fattispecie, qualora il beneficiario non è in grado di poter accettare l’offerta sarebbe costretto a rinunciare al sussidio.

Il reddito di cittadinanza ha il merito di colmare i vuoti lasciati dalle precedenti riforme del mercato del lavoro, cioè quello di dare un sostegno alla povertà più inclusivo e sostanzioso rispetto al Rei e un sistema di servizi per l’impiego e di formazione professionale che i precedenti governi avevano lasciato inattuato per mancanza di fondi da investire. Tuttavia, ha il limite di presentarsi come una misura unica per la risoluzione di diverse problematiche (povertà, servizi per l’impiego, politiche attive etc.). Va da sé che è un provvedimento molto complesso che, per poter funzionare nel migliore dei modi, richiederà il superamento di molti ostacoli e diverse revisioni in corso d’opera.

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