Sedotti, violentati e abbandonati. Lascia davvero di stucco la prima puntata di due ore di Leaving Neverland, il discusso documentario di Dan Reed, sui presunti abusi sessuali a due minorenni da parte di Michael Jackson, andato in onda su Nove. Tanti e simili i particolari che scuotono lo spettatore di fronte alle accuse rivolte alla popstar da parte di James Safechuck e Wade Robson.  Stesse dinamiche ammalianti e di conquista dei due allora minorenni James e Wade, stessi dettagli di pratiche e desideri sessuali attuati con grande frequenza, identica fine dell’idillio con un nuovo bimbo, ovviamente minorenne, che subentra al precedente nelle grazie di Jackson.

Leggermente sbilanciato sull’esperienza più significativa e smaccata di Safechuck, almeno in questa prima parte, Leaving Neverland conferma le aspettative di scandalo e, in certi momenti risulta perfino disturbante di fronte all’elencazione di atti sessuali compiuti come un rullo compressore dal cantante nella sua magione di Neverland, e non solo. Dicevamo di James Safechuck, detto Jimmy. Il suo racconto in prima persona occupa la prima ora abbondante di documentario. La sua testimonianza prima di stupore, poi di inquietudine, infine di fastidio e dolore, viene confermata da quella di sua madre. Ed è la descrizione di una trappola umana e di amicizia che si fa sempre più stretta e che vuole ricondurre tutto all’espletamento degli appetiti di Jacko sui bambini.

La storia di Jimmy inizia nel dicembre del 1986 quando a 9 anni interpreta la pubblicità della Pepsi e incontra appunto Jackson sul set con lui. Contrariamente a quanto accade tra i fan e la star, dove il primo assedia il secondo, qui capita invece il contrario. La popstar comincia a telefonargli a casa, vi si intrufola, lo riempie di regali, infine lo invita con lui a far parte sul palco (il ragazzino aveva intanto imparato a ballare i passi dei live di Jackson) del nuovo tour. Badate bene. La madre di Jimmy li segue, ma in un misto tra emozione, euforia e incredulità nulla intuisce, se non che comincia a sospettare come qualcosa non vada quando negli alberghi dove si fermano a dormire viene messa sempre più lontana dalla suite dove suo figlio e la popstar dormono insieme. Ed è qui che, secondo Safechuck, iniziano le molestie, ovviamente non intese come tali, anzi tutt’altro: apprezzate come segno di attenzione da parte di un idolo amato. Jimmy non risparmia alcun dettaglio scabroso.

In un hotel di Parigi il cantante insegna al bimbo la masturbazione. Poi è un’escalation improvvisa da cui non si tornerà più indietro per mesi. L’eccitamento di Jackson mentre Jimmy allarga le natiche piegandosi in avanti, Jimmy che accarezza i capezzoli al cantante e la relativa eiaculazione. Ma anche i piccoli segni dell’amore di una vera e propria coppia: i grattini sul palmo delle mani mentre si tengono stretti ovunque, i baci (anche con la lingua), le frasi e le parole di affetto. Successivamente a Neverland cade l’ultimo tabù: il sesso. Secondo Jimmy, Jackson era pur con modi gentili e mai violenti, molto esigente. Lo faceva ogni giorno, solo sesso orale, e soprattutto ovunque: nell’accampamento indiano, nella sala giochi, nel sottotetto, nella magione dei cimeli, nella sala cinema, in piscina, nella stazioncina del trenino. E come se non bastasse Safechuck mostra anche l’anello di “fidanzamento” tra i due, ovviamente costoso quanto un’automobile. Chiaro che i dettagli della storia dell’australiano Wade Robson, vincitore di una gara di ballo durante un concerto di Jacko a Brisbane, anche lui all’epoca dell’incontro con la popstar nemmeno decenne, non stupiscono più. Se non fosse che le dinamiche con cui si sviluppa e consolida il rapporto tra i due si ripetono identiche, solo spostate di qualche anno in avanti. L’isolamento e l’intimità sessuale che si crea gradualmente nei mesi, i genitori di Wade che non si accorgono di nulla, l’escalation delle attenzioni sul bambino dapprima carezze e bacini e poi sesso.

Altra similitudine, davvero inquietante, è la conclusione improvvisa dell’attenzione del cantante verso i due ragazzini sostituiti semplicemente l’uno con l’attore Macauley Culkin e l’altro con Brett Barnes. Realmente presenti da bambini, secondo le cronache dell’epoca, a Neverland, ma che hanno indirettamente negato il fatto che Jackson li trattasse alla stregua di fidanzatini. Il documentario di Reed è zeppo di documenti d’epoca, soprattutto quelli legati ai momenti in cui Jackson e i due bimbi appaiono, separatamente, insieme a lui in occasioni pubbliche, immortali da video e fotografie.

Ci sono poi le testimonianze di madri, fratelli, sorelle, e parenti delle presunte “vittime” (ad esclusione dei due padri dei ragazzi, separatesi della mogli proprio nel periodo in cui i figli frequentavano Jackson) a sottolineare la solidità delle accuse principali dei protagonisti. Infine, un dato salta agli occhi durante la visione di Leaving Neverland. Non per indugiare in un’assoluzione di Jackson, ma la fragilità e la confusione identitaria di questa star mondiale della canzone è fuor di dubbio. Partendo dal presupposto che quello che avrebbe combinato nelle suite degli alberghi e nelle stanze di Neverland va provato in un tribunale federale; i fax, i filmati, le registrazioni vocali in cui si spertica in complimenti, attenzioni e affettività verso Jimmy e Wade non hanno però nulla di un normale rapporto adulto/bambino. Presentano invece una chiara criticità oggettiva degna di un’analisi psicanalitica approfondita. Un dato che, probabilmente, ha spinto a provvedimenti drastici sia le radio che non hanno più voluto programmare i suoi brani, sia i creatori dei Simpsons che hanno cancellato per sempre dal loro archivio la puntata dove la popstar presta la sua voce.