Negli ultimi anni, tra il fermento del calderone New Age e un certo uso spregiudicato del pensiero femminista, si parla sempre più spesso della Grande Madre. Ma di cosa si tratta, esattamente? Di una divinità oggetto di culto solo in determinati momenti storici e in zone limitate? Di un archetipo presente in tutte le culture? Di un simbolo divenuto un’icona culturale al di là dell’effettivo impatto storico? Proviamo a fare un po’ di ordine.

La “magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile”: così Carl Gustav Jung, nel suo celebre saggio omonimo (iniziato nel ’38 ma rimeditato fino al ’54 ed edito in Italia da Bollati Boringhieri), definiva l’archetipo della Madre.

A cavallo di questo periodo, nel 1948 (ma riveduto e corretto fino al 1961), Robert Graves dava alla luce un testo divenuto classico nell’ambito: La Dea Bianca. Grammatica storica del mito poetico (pubblicato in Italia da Adelphi). Ispirandosi a Il Ramo d’oro di Frazer (le cui riflessioni suggestive incendiarono l’immaginazione poetica di T.S. Eliot ne La Terra Desolata), Graves approfondirà le sue ricerche fino a ipotizzare l’esistenza di un culto arcaico della Dea Madre, presente e riscontrabile sotto diverse forme in numerose popolazioni, poi soppiantato e rimosso dal trionfo storico delle religioni patriarcali. Graves, con grande onestà intellettuale, dichiarava il suo approccio poetico (più che strettamente storico) al tema: ”il linguaggio del mito poetico delle antiche correnti culturali europee è la lingua magica legata alle cerimonie religiose in onore della dea Luna, alcune delle quali risalenti addirittura all’epoca paleolitica… questa sarà la lingua per eccellenza di tutta la futura poesia”.

Sulle orme di Jung, nel 1956, il suo importante collaboratore Erich Neumann pubblicava un testo fondamentale: La grande madre – fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio, in cui offriva una panoramica comparativa di culti affine a quella di Graves, anche se con conclusioni diverse sul ruolo nell’inconscio della figura archetipica del Femminile.

Non possiamo non citare gli studi cruciali sul Neolitico e sull’Età del Bronzo di Marija Gimbutas. Nell’introduzione al suo testo Il linguaggio della dea, Joseph Campbell (il cui libro I mille volti dell’Eroe ha ispirato George Lucas nella creazione dell’universo di Star Wars) scrisse: “Se avessi conosciuto prima Marija Gimbutas, avrei scritto dei libri completamente diversi”, paragonando le sue scoperte sui culti femminili del Neolitico, per importanza, alla scoperta della Stele di Rosetta.

Sulle tracce della Grande Madre. Viaggio nel grembo della storia (Edizioni Venexia) è, invece, un libro molto interessante di Giuditta Pellegrini che, nella forma di carnet de voyage, quindi corredato da foto e illustrazioni, va a ricostruire le testimonianze originali, osservate in loco, studiate da Gimbutas. Essenziale e di grande attualità la citazione dell’archeologa e linguista lituana posta in calce al libro: “La memoria collettiva va rimessa a fuoco. Questa necessità diventa sempre più impellente mentre prendiamo pian piano coscienza del fatto che il cammino del ‘progresso’ sta soffocando le condizioni stessa della vita sulla Terra”.

Sulle tracce della Grande Madre è anche il titolo dell’evento che venerdì 22 marzo al Macro Asilo di Roma (via Nizza 138) verrà dedicato a questo importante archetipo. L’evento verrà strutturato in due momenti: alle 11 una conferenza nell’Auditorium del Macro, alle 15 un concerto di musica e danza indiana nel foyer della struttura, che avrà come protagonisti la danzatrice Valeria Vespaziani (Bharata Natyam e Khatak) e il tablista Manish Madankar. La mattina si affronterà la presenza dell’archetipo nell’arte occidentale (dalle tracce nella scultura greca alle opere di Henry Moore, passando per il Rinascimento italiano), nel pomeriggio in quella orientale (dalla Dea indiana Durga a Kuan Yin nella tradizione buddista). Al termine dell’incontro verrà proposta l’esperienza della meditazione secondo gli insegnamenti di Shri Mataji Nirmala Devi. Un evento che prova a sgombrare il campo da molti luoghi comuni e che, soprattutto, pone il Femminile come possibilità di incontro fra diverse culture.