“Nella mia famiglia c’è stato un cantante lirico, Saturno Meletti, che faceva Rossini. Era di Pesaro, mia madre è di Fano, ho passato lì la mia infanzia. E poi il Barbiere è un’opera buffa, che è squisitamente il mio lavoro, da sempre”. Che la commedia sia nel sangue di Pippo Franco lo sanno tutti. Che lo sia anche l’opera lirica, no. Sorprese di Carnevale: il mattatore del Bagaglino è un cultore del belcanto, prestato alla regia d’opera. “Ho sempre amato Rossini, è l’antesignano di tutti i musical di oggi” racconta a ilfattoquotidiano.it tra il primo e secondo atto, nel foyer del Teatro Unione di Viterbo. Intanto si concede alle foto e alle strette di mano di chi per una vita l’ha visto in televisione: “Io guardavo sempre il Bagaglino”, dicono in molti chiedendogli un selfie. Ma lui, in dolcevita e giacca blu notte, parla solo del suo amore per Rossini: “L’unico artista nella storia della lirica che copia sé stesso: nel Barbiere ha messo almeno tre o quattro brani di altre opere. Una grandezza straordinaria. Come Bach ha inventato le fughe, Rossini ha inventato questo genere di lavoro che è passato alla storia; è come Totò. Non morirà mai“.

“Anziché l’inno di Mameli potremmo iniziare con Chì chì chì cò cò cò” mormorano le maschere all’ingresso. Un capannello di nostalgici ricorda “i bei tempi” di Giovannona Coscialunga e dell’Ubalda eccetera eccetera, dandosi di gomiti. Il teatro è tutto esaurito, evento particolarmente degno di nota per un’opera lirica. Vuoi per la curiosità, vuoi per il richiamo del nome di Pippo Franco, vuoi perché è la prima vera stagione operistica che il teatro dell’Unione ha da decenni. Avrebbe dovuto riaprire con Rigoletto, il titolo con cui fu inaugurato il teatro nel 1855, ma sull’onda lunga delle celebrazioni per l’anniversario rossiniano il Barbiere è sembrata un’ottima scelta: popolare, amatissima, particolarmente calzante per la settimana di Carnevale con tutti i suoi travestimenti, le beffe e le calunnie.

Scritta da Rossini quando aveva appena 23 anni, il Barbiere fu fischiato la sera del debutto e applaudito la sera seguente. Si è capito presto chi avesse ragione. Per amore della bella Rosina, il Conte d’Almaviva si finge prima un servitore, poi si traveste da soldato ubriaco e poi ancora da maestro di musica. Tutto per aggirare i cento occhi del suo protettore, Don Bartolo, che progetta di sposarla. Lei, figurarsi, non ne vuol sapere. Ha spirito, la Rosina, e grinta, oltre a “l’occhio che parla e la mano che innamora”. Bartolo la rinchiude in casa? Lei manda bigliettini all’innamorato e gliela fa sotto il naso, amoreggiando durante una lezione di musica.

“Il Barbiere parla del trionfo dell’amore su tutto il resto“, commenta Franco. “Non voglio sbilanciarmi a parlare di femminicidi, ma quella di Rossini sembra una riflessione sul mondo di oggi. Tutto sommato i tempi non siano cambiati troppo, ma i nostri antenati trattavano il tema dell’amore con una grazia e un senso ironico assolutamente da non dimenticare, e da riscoprire”. L’amore, ma soprattutto gioco di equivoci e di burle orchestrato dal vulcanico Figaro, di professione barbiere e nel tempo libero un’infinità d’altre cose, sempre per il giusto compenso. Più che una spalla comica, è lui il vero protagonista: molto briga e molto trama, tutti conosce e tutti combina, al motto di “faticar poco, divertirsi assai”. Impossibile non avere in testa la cavatina con cui si presenta, Largo al factotum della città.

L’allestimento del Mythos Opera Festival asciuga la scenografia, ridotta a un cubo mobile. Due pannelli dipinti per evocare le vie di Siviglia dove di notte vagabonda il Conte, interpretato da Edoardo Milletti, che si perde troppo nei virtuosismi e nei gorgheggi. Al cambio scena il cubo ruota e si apre come una casa di bambola, rivelando Rosina, rinchiusa in una camera color confetto. Il contralto Chiara Tirotta spicca per l’interpretazione e per la pulizia del canto in un cast generalmente troppo manierato.

Peccato, perché da un veterano della comicità televisiva come Pippo Franco ci si sarebbe aspettati qualche guizzo in più, invece tutto rimane un po’ sciatto, un po’ arraffazzonato: e non perché ci sia bisogno di allestimenti faraonici, anzi. Piuttosto di idee, e di verve: due cose che a Pippo Franco non sono mai mancate. Due signore in platea commentano pungenti i costumi (“Sembra la maglia della salute di mio marito”). Tutto funziona meglio nel secondo atto, e finalmente lo spettacolo acquista ritmo. Don Bartolo (Carmine Monaco D’Ambrosìa) con turbante e bastone, ammicca un po’ al Vizietto e un po’ al mago Otelma, e finalmente regala le prime risate al pubblico. “Abbiamo riproposto l’opera rossiniana così com’era, non ci siamo inventati nulla. Semmai ci siamo permessi delle astrazioni, che il pubblico ha colto perfettamente”, ha spiegato il regista a sipario chiuso. “Abbiamo tolto qualche passaggio macchinoso, adattandola ai tempi e alla soglia di attenzione di oggi, ma con i costumi d’epoca”.

Comunque, il pubblico apprezza e premia generosamente con applausi a scena aperta: bravo! per Figaro, che si porta le mani sul cuore già alla fine della cavatina, brava! anche a Berta (Carole Sidney Louis) bravo, bravissimo! a Don Basilio (Sinan Yan). Un signore in doppiopetto alza gli occhi al cielo, imbarazzato, si incrociano sguardi perplessi. Altro caloroso giro d’applausi al calar del sipario: Pippo Franco sale sul palco, presenta il direttore d’orchestra e porge alle cantanti i garofani e le rose lanciate sul palco. Sì, succede ancora. Soddisfatto il sovrintendente, Gianfranco Pappalardo Fiumara: “Dietro le quinte il maestro ha fatto un lavoro rigoroso, da profondo conoscitore della partitura. Era in perfetta sintonia con il cast, con il direttore d’orchestra” E poi confida: “Su certi tagli era riluttante, ma stasera il maestro era molto soddisfatto, guardava l’opera estasiato come un bambino”. Dopo Il Barbiere, il prossimo titolo in cantiere potrebbe essere La Cenerentola. Intanto il gruppetto di nostalgici, rimettendosi il cappotto, si avvia all’uscita: “Bello, mi è veramente piaciuto…ma ti ricordi Che fico? Eh, bei tempi”

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