In questi giorni una buona notizia ha dato l’esca a vari commenti. Segnalatami dall’efficientissima redazione del Fatto, merita due righe. Secondo la classifica stilata da Ethnologue, pubblicazione di Sil International (Summer Institute of Linguistics, Dallas, Texas), nell’anno accademico 2016-17 l’italiano è diventato la quarta lingua più studiata al mondo, dopo inglese, spagnolo, cinese. Sorpasserebbe perciò il francese. Se ci riferiamo invece alla lingua parlata, l’italiano si attesta al 21esimo posto, dunque non svetta, ed è preceduto da inglese, cinese, hindi-urdu, spagnolo, arabo, francese, malese, russo, bengalese, portoghese eccetera. Siccome però gli italiani spesso si trasferiscono all’estero, la nostra lingua acquisisce un buon primato in un altro campo: risulta madrelingua in 26 Paesi.

La crescita del numero di studenti che apprendono l’italiano è un fatto gaudioso. Da dove nasce questo interesse? L’attenzione per l’inglese e il cinese si spiega da sé: il primo consente lo scambio interpersonale veloce, è strumento utile sempre e dappertutto, in un mondo globalizzato; il cinese è ormai indispensabile per l’economia, il commercio, l’industria.

Dove starà allora l’attrattiva dell’italiano? In genere una lingua straniera non si apprende in astratto, ma come espressione di cultura, pensiero, storia, modo di vivere. Chi si accosta all’italiano è spesso spinto da ragioni turistiche – clima, luce, sole, cucina, paesaggi – ma anche e soprattutto da motivi artistici: i beni culturali. L’arte calamita studenti, intellettuali, studiosi, ma anche persone semplici che visitano i musei, le città storiche, i piccoli borghi, le chiesette, i palazzi fuori mano. L’amore per l’Italia, e dunque per la sua cultura e la sua lingua, non è nato oggi: ha radici robuste.

Grande fascino ha sempre esercitato sugli stranieri il nostro Rinascimento. Vale, è scontato, per l’Europa d’oltralpe. Ma vale anche per gli Stati Uniti, che intendono il Rinascimento come un momento meraviglioso e fondativo, ch’essi sentono come un “proprio passato”. Dopo la guerra d’indipendenza delle 13 colonie nordamericane contro la Gran Bretagna, la loro madrepatria, si sviluppò un intenso gusto per l’architettura rinascimentale di Andrea Palladio (1508-1580): sorsero edifici e ville di chiara impostazione palladiana – un esempio è la Casa Bianca – quasi a instaurare un rapporto diretto con l’Italia rinascimentale, e nel contempo a sottolineare una distanza dal dominio, ideale e politico, dell’Inghilterra e della Francia.

Se guardiamo poi all’Europa, spicca l’infatuazione dei grandi scrittori. Goethe percorre la penisola ponendo il palpitante, famoso interrogativo: Kennst du das Land, wo die Zitronen blühen? (conosci il Paese dove fioriscono i limoni?). Stendhal visita e vive a Milano, Parma, Firenze, Roma, Napoli, si esalta e scrive Una storia della pittura italiana (1817). La lingua italiana è dal Seicento quella dell’opera lirica, diffusa in tutt’Europa e poi oltre gli oceani: Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi, Puccini, e già prima il teatro in musica di Pietro Metastasio, godono di una fortuna dapprima continentale, indi planetaria. Infine, accanto a Shakespeare, nell’immaginario collettivo giganteggia Dante Alighieri, col suo poema grandioso, complesso, talvolta irto di difficoltà, ma potentemente evocativo. Non meraviglia dunque che l’amore per la lingua italiana sia radicato, che la si studi e la si coltivi: è veicolo indispensabile per penetrare una cultura affascinante, inebriante, che ha regalato e regala al mondo arte e bellezza.

Detto ciò, menziono in margine una circostanza paradossale. L’art. 6 della Costituzione afferma che “la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”, ma curiosamente non prevede alcuna tutela per l’italiano, cioè la lingua parlata in larghissima prevalenza sul territorio nazionale, dalle Alpi a Lampedusa, nella quale sono stilati gli atti ufficiali della Repubblica. Per converso, l’affermazione che “quella italiana è la lingua ufficiale dello Stato” si trova nello statuto di autonomia della Regione autonoma Trentino-Alto Adige, ossia di un territorio dove l’italiano è in concorrenza con altre lingue (tedesco, ladino). Questa smagliatura nel dettato costituzionale è stata spesso oggetto di discussione.

Di recente il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, si è impegnato a reperire risorse finanziarie per rilanciare la rete delle scuole italiane all’estero, un tramite efficace per la diffusione della cultura italiana. Proposito lodevole. Ma è essenziale che questo rinvigorimento vada di pari passo con un forte sostegno agli altri due ambiti direttamente interessati: del turismo, e dei beni e delle attività culturali. L’Italia può brillare, ma occorrono investimenti mirati e intelligenti: ai tre ministri è consegnata una grande responsabilità.