Che un nuovo album dei Dream Theater potesse costituire oggetto di interesse era cosa tutt’altro che scontata: all’ascolto anzi del primo singolo Untethered Angel le mie perplessità si erano ben preso tramutate in noia, seppure in versione più condensata rispetto al dolore lancinante che solo il gruppo newyorkese sa provocare quando sembra mancare di ispirazione. Sull’onda lunga dei diversi buoni spunti contenuti già nel precedente The Astonishing (2016), i Dream Theater consegnano invece alle masse un disco compatto quanto ispirato, tradizionalista ma dal sapore fresco: come se, finalmente, complice forse pure la produzione del chitarrista John Petrucci, la band sia riuscita nell’ambiziosa missione di trovare la giusta quadra dopo anni (e dischi) di onerose peregrinazioni.

Distance Over Time, sia chiaro, non è comunque un album per tutti: la complessità e la tecnica che hanno reso famosi i Dream Theater nel mondo sono qui presenti non meno rispetto al solito ma in una forma (questo sì) più implicita e latente, che premia la coralità e non le sortite soliste che, fatta eccezione per il bassista John Myung, costituiscono da sempre uno dei marchi di fabbrica del gruppo americano.

L’idea di creare un ideale fil rouge con Images & Words e Metropolis Part II: Scenes From A Memory ha forse già di per sé ispirato a dovere i cinque, mettendoli nella condizione di miscelare i loro ingredienti base in un mix decisamente più commestibile: a cominciare dalla durata dei singoli brani, che non supera mai i dieci minuti. E per i fan dei Dream Theater questa è una notizia eccome. A differenza delle ultime produzione firmate da John Petrucci e compagni, Distance Over Time si distingue anche per un sound decisamente più aggressivo: nel quale le ritmiche e i riff vengono poste in primo piano tenendo basso, nel missaggio, anche il cantato di James Labrie. Il quale, sull’onda lunga di questa nuova consapevolezza portata avanti a spron battuto dai compagni di band, è il primo ad aver abbandonato quella vocalità esagerata ora come ora giustamente improponibile dal vivo.

Archiviati gli altri due singoli Fall Into The Light e Paralyzed, (decisamente meno malvagi della già citata Untethered Angel), il resto del disco riserva anzi sorprese più liete: a cominciare dalla successiva Barstool Warrior, ispirata quasi al side project Liquid Tensione Experiment e dal sapore parecchio anni Novanta. Idem per At Wit’s End, che rivede in breve il concetto di suite spesso presente nella produzione del gruppo; l’immancabile ballad (e sicuramente prossimo singolo) Out Of Reach e l’ultima Pale Blue Dot: anche questa più vicina nelle intenzioni – sia chiaro – a un capolavoro quale Take The Time che non agli sproloqui degli ultimi 15 anni.

Distance Over Time è in breve il passepartout che serviva ai Dream Theater per star comodi nel futuro, partendo dalle consapevolezze del passato senza per questo risultare anacronistici già nel presente. Un album che rappresenta una prova di maturità importante e che pur partendo dall’idea di incontrare il gusto nostalgico dei fan della prima ora, cerca di incuriosire anzitutto le nuove generazioni. Che questo riesca, sarà sempre il tempo a dirlo: sicuramente dopo anni di onorata carriera, avere una nuova e inaspettata occasione di trovar risposta a tutte queste domande rappresenta, a sua volta, un traguardo degno di nota che la stragrande maggioranza delle formazioni musicali a tre decadi dalla prima uscita non può vantare.

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