Quando hai tre anni e gli adulti vogliono farti fare la valigia per cinque volte, pure dicendoti che è per il tuo bene, qualcosa addosso è probabile che ti rimanga e che – col passare del tempo – almeno ti faccia perdere un po’ di fiducia nel prossimo.

Della vicenda del piccolo Marco, di Verona, tolto prima alla madre, poi ai nonni, poi perfino ai genitori affidatari e messo in casa famiglia alla vigilia del Natale, mi sono già occupato in questo blog in cui parlo di diritti: non è nemmeno una brutta storia di malagiustizia, ma un pasticcio incredibile nel quale si perde perfino il buonsenso.

Padre inesistente, madre tossicodipendente con la quale il piccolo trascorre i primi mesi di vita in comunità per poi essere accudito dai nonni materni. I servizi sociali del Comune che giudicano la nonna troppo legata alla figura della madre – che pure non vive in famiglia – e la definiscono “incapace di fare una scelta tra la figlia e il nipotino”. Segue un affido temporaneo, ma la stessa assistente sociale che l’ha agevolato, critica la frequentazione tra coppia affidataria e i nonni, e Marco viene di nuovo tolto agli adulti che si occupano di lui e messo in una casa famiglia.

Ecco, se non fosse un tranquillo bimbo di tre anni a questo punto Marco ne avrebbe abbastanza per far fagotto e mandare tutti a quel paese. E invece gli tocca sopportare ancora.

A trattare del suo destino – da questo momento in poi – da un parte la Corte d’Appello, alla quale sono ricorsi i nonni, che istruisce una lunga e complesse perizia praticamente su tutti, a partire dalla madre ormai ex tossicodipendente, dall’altra il Tribunale dei Minori che va avanti per conto suo, tiene un’udienza alla quale partecipano solo il giudice e l’assistente sociale, nella quale si decide di procedere per l’adozione.

A Marco – che rimane in  casa famiglia – vengono improvvisamente sospese le visite da parte della vecchia coppia affidataria e si individuano dei genitori adottivi. Sarebbe la quinta volta che il bambino si trova davanti nuove facce di adulti, da chiamare mamma e papà.

Potrebbe essere almeno la fine dell’odissea? No, perché il giudice torna sui suoi passi e ripristina le visite dei genitori che avevano Marco in affido. Ma sempre in casa famiglia.

Fin qui la ricostruzione, che già pare un incubo. Dentro – in realtà – un groviglio di bizzarrie. Dagli incartamenti risulta che per almeno due volte la coppia affidataria avesse invitato a trovare per Marco una sistemazione stabile, asserendo di essere disposti solo ad un affido temporaneo. Risulta anche che, ad un certo punto della vicenda, il giudice avesse già ordinato il trasferimento di Marco in casa famiglia, ma che al provvedimento non sia stato dato corso perché era stato contestato. Ma il giudice stesso non si è mi espresso, lasciando tutto in sospeso.

Le sentenza riportano anche che il Pubblico ministero e l’avvocato tutelare del bambini avessero chiesto l’adottabilità praticamente già all’inizio di tutta la vicenda. Tutte la catena di decisioni, trasferimenti, affidi e riaffidi di Marco si è sempre fondata – naturalmente – sui rilievi di un unico assistente sociale, sempre lo stesso. Dipendente del Comune di Verona.

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