Il previsto summit a cinque a Gerusalemme tra Israele e le quattro nazioni dell’Europa centrale – note come il gruppo di Visegrad – è stato cancellato dopo che la Polonia si è ritirata dalla conferenza per protestare contro le osservazioni del premier Benjamin Netanyahu e del suo neo ministro degli Esteri, Israel Katz, sul ruolo del suo paese nell’Olocausto.

Con i primi ministri ungherese e slovacco già in Israele, invece, si svolgeranno incontri bilaterali, secondo quanto annunciato dal primo ministro ceco Andrei Babis e dal portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon. Una brutta sconfitta per il premier Netanyahu che, alla vigilia della campagna elettorale, sperava in un buon colpo in politica estera con i suoi “nuovi amici” in Europa e un segnale forte agli altri Paesi europei – i principali contributori in questa regione – che sono critici nei confronti della politica di Netanyahu, specie riguardo il processo di pace con i palestinesi.

Dividere la Ue non è un progetto politico nascosto. Insofferente alle critiche, Netanyahu ha scelto come nuovi amici per Israele prima il brasiliano Jair Bolsonaro e il filippino Rodrigo Duterte e adesso, in Europa, Slovacchia, Polonia, Ungheria, Austria, Repubblica Ceca. Paesi dove l’antisemitismo alberga, è tollerato e troppo spesso assolto con la complicità dei governi attuali. Capitali “europee” che dimostrano ogni giorno che dell’Unione europea accettano solo alcune regole e fingono di ignorare i principi fondanti sui quali è stata costruita. L’elenco delle ultime visite ufficiali in Israele è illuminante: il presidente ceco Milos Zeman, l’ungherese Viktor Orban, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il vice-premier italiano Matteo Salvini. “La Gerusalemme di Netanyahu è diventata una fabbrica per rilasciare certificati di perdono ai nazionalisti di tutto il mondo”, scrisse il quotidiano Haaretz nel suo editoriale in occasione della visita di Orban, “che in cambio del sostegno al premier ricevono indulgenza per le loro espressioni scandalose su ogni altra questione”.

Al vertice di Varsavia sulla stabilità del Medio Oriente, è bastata una mezza frase di Netanyahu – sulla responsabilità dei polacchi nella Shoa – a indispettire il premier Mateusz Morawiecki. Poi la frase del neo-ministro degli Esteri Katz, figlio di vittime dell’Olocausto, “l’antisemitismo ai polacchi viene dato con il latte materno”, ha fatto definitivamente saltare la partecipazione di Varsavia e quella di Praga. In giornata poi a Radio Israele il ministro Katz è andato oltre: “I polacchi hanno preso parte allo sterminio degli ebrei nell’Olocausto. La Polonia divenne il più grande cimitero del popolo ebraico”. Parole che sono pietre.

Quando il padre fondatore di Israele David Ben-Gurion si impegnò con il governo della Germania Ovest negli anni Cinquanta, fu la realpolitik a guidarlo. Il giovane Stato di Israele, assorbendo oltre un milione di rifugiati e costruendo un esercito era sull’orlo della bancarotta, aveva bisogno dell’assistenza finanziaria della Germania. Per molti ebrei, qualsiasi forma di relazione con la Germania, così presto dopo l’Olocausto, era un anatema. Ben-Gurion prese una difficile decisione. Ma nel dare ai tedeschi la possibilità di pagare le riparazioni, non stava cambiando la narrativa dell’Olocausto.

A volte è difficile credere che Benjamin Netanyahu sia cresciuto nella casa di uno storico, anche se un po’ cupo e intransigente nelle sue valutazioni schiaccianti come il professor Benzion Netanyahu. Negli ultimi anni, la visione del primo ministro della storia ebraica contemporanea ha perso ogni sfumatura

Il rapporto che Netanyahu ha costruito con due dei leader di Visegrad, l’ungherese Viktor Orbán e il polacco Morawiecki, si basa sul mantenimento delle nuove narrative dei politici nazionalisti di destra. È bastata però una sola osservazione e si è capito subito quanto inutili siano questi tentativi di cambiare la Storia.

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