Un’azienda spolpata – Niente, però, è comparabile al buco creato dal nichel che Calabrò – dopo essere stato finanziato a piene mani da Dalle Rive con i soldi dell’azienda – riesce a rifilare alla Safond al posto del denaro dovuto, con un meccanismo nella sostanza non troppo diverso da quello usato a Roma. E all’azienda rimasta in braghe di tela i tre rocchetti pagati quasi 13 milioni di euro e appostati in bilancio al valore contrattuale di 14,13 milioni, non sono minimamente serviti a saldare i circa 20 di debiti con le banche (Popolare di Vicenza e Veneto Banca incluse). Innanzitutto, perché valgono poco o niente. E poi perché il già intricato rapporto tra Dalle Rive e Calabrò si è arricchito di ulteriori complicazioni. Si va dalla creazione di un debito milionario di Safond verso Calfin che quest’ultima cederà a terzi incassando altro denaro e inguaiando ulteriormente l’azienda, alla mancata consegna dei rocchetti di nichel.

La situazione, siamo nell’estate del 2016, è ormai incandescente e Dalle Rive finisce con l’affidarsi a Riccardo Sindoca. Dalla padella alla brace: nel giro di pochi mesi l’imprenditore conclude con il riconoscere, per conto della Safond, un credito certo, liquido ed esigibile di oltre 5 milioni al sedicente “uomo di Gladio” legato all’estrema destra, che sostiene di aver lavorato con Sisde, Sismi e con il loro antenato Sid. E che qui avrebbe intermediato la vendita delle bobine a un fondo inglese pronto a pagarle 25,3 milioni. Il denaro del compratore non è mai arrivato, la provvigione però è stata pagata, visto che Sindoca nell’agosto 2017 ha pignorato le azioni della società di Dalle Rive che controlla Safond. O almeno, questa è la versione che emerge dai documenti societari e dall’esposto che il presidente Andrea Barbera ha predisposto in tempi record e fatto depositare dal suo avvocato Anna Desiderio dello Studio Ghedini Longo alla Procura di Vicenza nel febbraio 2017.

Dalle Rive, che sostiene di aver conosciuto Calabrò tramite i propri commercialisti, invece, ci ha messo un anno in più a bussare alla porta della magistratura e ora rischia di dover fornire molte spiegazioni sul perché e sul percome si è ritrovato in questa situazione. Quanto a Sindoca, a febbraio 2018, si è fatto fermare in Procura a Vicenza dove ha tentato di ottenere informazioni sul fascicolo esibendo una placca dei “Corpi sanitari internazionali”, molto simile a quella della Polizia di Stato. Su Vicenza Calabrò è parco di parole e si limita a dire che Sindoca l’ha conosciuto esclusivamente in veste di consulente dell’imprenditore Dalle Rive. Nessun triangolo dunque con ambienti dell’estrema destra e dei servizi, veri o presunti che siano.

E non tragga in inganno l’amicizia di Calabrò con Licio Gelli: «L’ho conosciuto perché sono un curioso. Una ventina di anni fa, ero ragazzo. Chi me l’ha fatto fare di conoscere Licio Gelli sapendo che se uno lo conosce poi diventa un problema? L’ho fatto perché non me ne frega un cavolo. Non ho fatto nulla di male, non ho pregiudizi verso nessuno. L’ho voluto conoscere pur non avendo un interesse economico o di altro tipo. Quando è morto, al funerale la corona gliel’ho mandata con il mio nome. Avrei potuto fare come Berlusconi e tutti gli altri, che l’hanno mandata anonima».

(ha collaborato Lucio Musolino)

da Fq Millennium n. 11, Aprile 2018

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Nichel, l’ascesa del “marchese” Calabrò tra politica, bancarotta, grande finanza. E un cugino killer

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