Il filo di Alemanno – Se n’è accorto a sue spese il Comune di Roma, che all’epoca della giunta Alemanno accettò da Calabrò rocchetti di nichel-wire a titolo di pegno in attesa che il finanziere calabrese saldasse il suo debito da 36 milioni. Qui occorre fare un passo indietro. Nel 1997 la giunta Rutelli decide l’esproprio di un terreno agricolo a Tor Pagnotta per fare un deposito dell’Atac, la società capitolina del trasporto urbano. Il terreno viene valutato 4 milioni di euro, ma la proprietà fa ricorso sostenendo che debba essere considerato terreno edificabile: in primo grado e in appello vincono i proprietari. Il credito vantato (65 miliardi di lire, circa 30 milioni di euro) viene poi ceduto nel 2004 a una società di Calabrò, che ottiene un decreto ingiuntivo e, con invidiabile tempismo, pignora il conto della Tesoreria comunale sul quale lo Stato aveva appena trasferito i fondi destinati alla Capitale. Appena pignorati i 30 milioni spariscono sulla strada per il Lussemburgo. Nel 2005 la Cassazione giudica illegittima la richiesta di indennizzo della società proprietaria del terreno e si apre il contenzioso per riavere i soldi da Calabrò, così diventato debitore da fortunato creditore che era stato.

Da allora sono passati quasi tredici anni, il Comune non ha riavuto i suoi soldi (nel frattempo aumentati a 38 milioni), ma il “nostro” ha fatto un capolavoro: ha piazzato una partita di nichel-wire al Comune come pegno sul debito, guadagnando così altro tempo. Siamo nel 2012 e Calabrò, presentatosi in Campidoglio con tanto di limousine e autista, sigla un accordo transattivo per la restituzione delle somme dovute. A garanzia viene dato un lotto da poco meno di 200 chilometri di filo di nichel (197 mila metri lineari) per circa 800 grammi di peso, custodito presso una società di Ginevra. Il valore stimato è di 55,4 milioni (circa 282 euro al metro lineare), ma si tratta di un valore fittizio perché il nichel-wire non viene commercializzato se non per gli strettissimi usi industriali.

Come sottolinea il professor Carlo Mapelli, docente del Politecnico di Milano e presidente dell’Associazione italiana di metallurgia, quel tipo di lavorazione aggiunge valore al prodotto, ma bisogna considerare che le quotazioni del nichel si aggirano intorno ai 14mila dollari alla tonnellata, vale a dire 14 dollari al chilo, e per quanto la lavorazione e l’elevato grado di affinazione del metallo possano aggiungere valore, la cifra di 282 euro al metro è impensabile. «Un lotto con quelle caratteristiche potrebbe valerne circa 70 – dice Mapelli – e all’aumentare della quantità venduta il prezzo tende a scendere». Duecento chilometri di filo possono così arrivare a valere anche pochi euro al metro. A Roma lo sanno bene, dato che nel 2014 la giunta guidata da Ignazio Marino ha escusso il pegno e tentato di vendere il metallo senza ricevere alcuna offerta. La scomoda eredità è ora nelle mani della giunta di Virginia Raggi, che se non altro è riuscita ad abbattere i costi di custodia e assicurazione a poco più di 17 mila euro annui, dai 20 mila mensili dell’era Alemanno. Resta da capire se Calabrò sia stato semplicemente fortunato o se qualcuno gli abbia dato una mano.

Lui nega tutto. Riconosce di essere in debito, non spiega perché – se le sue società hanno un patrimonio di 2 miliardi di euro e sono liquide e solvibili – il debito non sia stato ancora saldato. E dice che oltre al nichel, il Comune di Roma ha in garanzia anche una lottizzazione a Vieste del valore presunto di 42 milioni. Ci sarebbe da ridere, se non fosse che si tratta di soldi pubblici. In passato la Procura capitolina aveva anche aperto un’inchiesta per individuare eventuali complicità, ma è tutto finito in nulla. Miracoli del “mondo di mezzo” dove i protagonisti non operano mai da soli e sono circondati da persone molto capaci.

La storia del Comune di Roma è finita su tutti i giornali, ma non ha impedito a Calabrò di continuare indisturbato i suoi traffici: mentre Ignazio Marino tentava senza successo di vendere il metallo, a Vicenza l’imprenditore Rino Dalle Rive legava mani e piedi l’azienda di famiglia al filo di nichel. La vicenda ha dell’incredibile. E la prima posizione, tutta da chiarire, è proprio quella dell’imprenditore che da un anno all’altro non ne fa più una giusta e manda letteralmente all’aria sia la squadra di calcio Alto Vicentino che la sua azienda Safond Martini. Non è colpa dei compensi del consiglio di amministrazione, che nel solo 2015 è costato 870 mila euro, più o meno quanto l’intero utile aziendale dell’anno precedente. Certo, un ruolo lo hanno giocato anche una maldestra gestione industriale, il credito milionario perso con il crac dell’Ilva e l’anomalo milione prestato dalla società al primo azionista «senza un titolo preciso». E, ancora, i «costi non inerenti, sponsorizzazioni ed operazioni irregolari di ricorso al credito» di cui si legge nel piano concordatario della Safond.

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