In questi anni di trapasso, in cui il supporto cd, durato poco meno di 40 anni, si avvia a morte certa (così assicurano i ben informati) l’industria discografica ci sta inondando di cofanetti riassuntivi di mole sempre più gigantesca. Uno degli ultimi usciti è quello monografico destinato a George Szell, grande direttore d’orchestra ungherese di nascita ma americano d’adozione, che raggiunge la ragguardevole cifra di 106 cd per un peso di 4 kg. In realtà è un oggetto di lusso, curato in ogni dettaglio che raccoglie l’intero patrimonio delle incisioni effettuate da Szell per la vecchia Columbia/Cbs ora Sony.

Entrare nel dettaglio anche solo riassuntivo dell’enorme scatola sarebbe inutilmente prolisso, basti dire che c’è praticamente tutto il repertorio classico/romantico che un direttore nato alla fine dell’Ottocento in area austro-tedesca poteva portare in sala d’incisione, più qualche puntata novecentesca ma prudente. Szell era un ebreo ungherese di nascita che crebbe nella Vienna della Sezession, collega e poi amico di Rudolf Serkin, minore di lui di pochi anni. Pianista prodigio, debuttò a 10 anni ma poi iniziò la carriera di direttore. Ebbe un curriculum tutto europeo sotto l’ala di Richard Strauss fino all’emigrazione a causa dell’ascesa del nazismo e la guerra.

Stabilitosi in America sotto la guida di Toscanini si fece una reputazione fino all’offerta del posto vacante dell’Orchestra di Cleveland che accettò nel 1946. Chiese carta bianca su tutto, la ottenne, fu il riformatore e padre-padrone per 24 anni di un’orchestra che da complesso di buon livello ma provinciale divenne una delle falangi strumentali più apprezzate al mondo. Fu il tiranno dall’orecchio infallibile e dall’insaziabile desiderio di perfezione, cartesiano dalle idee chiarissime e incontentabile nel raggiungerle.

In sala d’incisione portò innanzitutto i capisaldi del classicismo viennese: Mozart (persino in veste di pianista) di cui diede una resa oggettiva ma tutto sommato nella media della tradizione esecutiva della prima metà del Novecento, qualche Haydn e soprattutto Beethoven la cui integrale è decisamente interessante. La resa asciutta soprattutto delle prime sinfonie è entusiasmante, tempi rapidi, fraseggio elegante, perfetto bilanciamento delle sezioni strumentali e impulso ritmico preciso ed elastico. Anche il suo Brahms merita una menzione d’onore, l’integrale si situa tra quelle di livello assoluto principalmente per la esecuzioni tersa e elegantissima quella della Seconda, tesissima la Quarta: il fraseggio rimane sempre calibratissimo e le esplosioni lancinanti del finale sono restituite con una lucidità che rasenta il fanatismo.

Molte sono le collaborazioni con insigni solisti che costellano il poderoso cofanetto prima tra tutte quella con l’amico Rudolf Serkin con cui incise una fondamentale edizione dei concerti di Brahms ma anche una splendida Burleske di Strauss e il negletto concerto n°4 di Prokofiev. Altra collaborazione celebre è quella col giovane Leon Fleischer, con cui incise una bellissima edizione dell’integrale dei concerti beethoveniani. Meritano una menzione particolare anche i concerti mozartiani incisi con l’indimenticabile Robert Casadesus, pianista mozartiano tra i più insigni che fece della raffinatezza del fraseggio il suo marchio. Un capitolo a parte sono le incisioni riguardanti il Novecento. Szell fu molto prudente nell’inserire nel suo repertorio lavori a lui contemporanei ma è proprio lì che brillò maggiormente.

Le tre sinfonie di Mahler da lui incise (Quarta, Sesta, due movimenti della Decima) sono delle assolute perle per l’acutezza di visione, adesione scrupolosa delle indicazioni del compositore e assoluta precisione dell’esecuzione. Qui i critici che imputavano a Szell una mancanza di emozione dovrebbero ricredersi, specialmente nell’apocalittica Sesta Szell trova uno scatenamento ragionatissimo della sonorità orchestrale che ha pochi riscontri in discografia. Altre perle imperdibili sono le purtroppo poche incisioni straussiane, lui che avea conosciuto il maestro e forse avrebbe dovuto inciderne di più. Abbiamo un Don Quixote davvero memorabile con un Pierre Fournier in stato di grazia e una Sinfonia Domestica di raro humour, oltre ad altri pochi poemi sinfonici.

Ultima segnalazione in extremis un bellissimo Concerto per orchestra di Bártok da antologia, le inquietanti sonorità dell’Elegia vengono rese dagli archi in maniera lancinantemente precisa, sovrumano dominio dell’orchestra.