L’Hip-Hop è il Rock&Roll degli anni 2000. Per la sua storia ormai più che quarantennale, per il suo parlare a milioni di persone di ogni luogo ed estrazione sociale, per la sua enorme influenza sulla più ampia cultura popolare e sulla società dei consumi. E il bello, secondo me, deve ancora venire: le potenzialità del movimento mi sembrano in parte ancora inespresse, in un momento storico in cui – anche in Italia – gli enormi successi commerciali di artisti più o meno discutibili tendono spesso a far passare erroneamente in secondo piano il ruolo collettivo di questa nostra cultura.

Ecco perché Walk This Way – il nuovo libro del giornalista Simone Nigrisoli – può essere un ottimo punto di partenza per chi vuole approcciarsi con una prospettiva storica alla conoscenza dell’Hip-Hop e del suo sbarco dagli Stati Uniti all’Italia. Pur mantenendo una struttura agile, Nigrisoli raccoglie in modo esauriente alcuni dei punti fondamentali di questo percorso, attingendo alle parole di alcuni tra i pionieri italiani.

Particolarmente interessante, da questo punto di vista, la disamina del veterano Ice One sui primissimi anni del movimento in Italia: “Personalmente credo che dire che la cultura Hip Hop italiana si sia sviluppata nei centri sociali è sbagliato, lo definisco un falso storico. La mia idea è che nei centri sociali alcuni militanti agli inizi degli anni Novanta, ispirati da gruppi americani come i Public Enemy, incominciarono a sviluppare l’utilizzo del rap per veicolare messaggi politici, usando la lingua italiana. L’hip hop ha avuto per cui due rami principali che sono rimasti entrambi in salute e vitali. Dal 1982 in Italia l’hip hop prende piede grazie a personaggi unici che hanno avuto modo di incamerarne la filosofia e lo stile in tutte le sue forme e pratiche. Dal 1990 in poi, invece, grazie alla presenza sul territorio italiano del gruppo seminale partito nel 1982, alcuni militanti dei centri sociali capiscono che il rap è un veicolo importante di comunicazione, e lo adottano, estromettendo il lato ludico della faccenda”.

Un punto di vista diverso ma sicuramente complementare è quello degli Assalti Frontali: “A qualcuno ha affascinato solo lo stile, ma noi che eravamo di sinistra abbiamo pensato che potesse essere utilizzata in maniera militante, soprattutto quando è uscito il primo album dei Public Enemy, che è stato il primo gruppo che ha tirato fuori del rap con un approccio politico. Penso che questo abbia avvicinato molte persone di sinistra all’hip hop, creando però dei fraintendimenti, perché negli Stati Uniti c’era una questione razziale che qui non era presente. Vedendo i Public Enemy abbiamo dunque pensato che questa cosa la si potesse fare anche in Italia. Questa band è stata molto importante per noi, anche se nel nostro caso si trattava di rivendicazioni sociali e non razziali”.

Questi sono solo due esempi del lavoro di ricerca di Nigrisoli, che comprende anche un’ottima bibliografia per chi volesse approfondire ulteriormente. Basta leggere Walk This Way per avere una conoscenza perfetta di questo mondo? Sicuramente no, e del resto sarebbe folle pensare di rinchiudere oltre quarant’anni di storia in 140 pagine. Ma, come accennato, in questo volume ci sono alcuni – ottimi e incontestabili – punti fermi, raccontati un modo ordinato, con un linguaggio semplice e accessibile. All’autore, e al lettore interessato, auguro che questo sia soltanto il primo passo di un lungo e proficuo percorso di studi.