Che sia stata Daniela Santanchè a dirlo con il suo solito modo fatto di sole certezze, è irrilevante. Il denaro è «l’unico vero strumento di libertà» ha sentenziato la «pitonessa» (così la chiamano gli intimi) nel corso di un programma televisivo Rai, rivolto ai bambini. È una bugia, ma questo, purtroppo, è anche ciò che pensano e fanno la maggioranza degli italiani, magari senza dichiararlo esplicitamente. Certo, si poteva evitare che simili false volgarità fossero diffuse dalla televisione di Stato in un programma di educazione per i ragazzi, dove maggiore cautela verso le questioni sensibili non sarebbe sgradita. Ma da tempo a queste cose non ci fa più caso nessuno.

E così saremmo anche dei vecchi noiosi, però l’ignoranza ci fa ancora un certo effetto. E facciamo fatica a sopportare che venga sbandierata (non c’è solo Burioni che si turba se la gente parla a sproposito), addirittura insegnata. Perché nonostante le rampogne del filosofo Fusaro, che accusa la Santanchè di insegnare il capitalismo, le frescacce della signora non c’entrano nulla con il capitalismo, con il denaro, men che meno con la libertà. Solo chi, appunto, non sa nulla di economia, di meccanismi di mercato, di impresa può sostenere che il denaro sia la massima e unica libertà.

Va detto quindi chiaro e forte in primo luogo ai ragazzini che hanno avuto la sfortuna di ascoltarla, che il denaro non è l’unico vero strumento di libertà. Allo stesso modo in cui non lo sono le pistole e i fucili che la National Rifle Association difende. Un mezzo resta un mezzo, conta come viene utilizzato e come uno se l’è procurato. Il denaro è uno strumento, forse il più importante, ma non può diventare un fine, i meccanismi economici ne scapiterebbero profondamente. Arpagone, l’Avaro, Shylock sono tutte figure che ci portano alla recessione. La Chiesa l’ha sempre insegnato (pecunia non parit pecuniam), altri l’hanno ribadito: la nostra ricchezza si fonda sulle attività che determinano le rendite e i profitti, non sul loro esito monetario. Il denaro è qualcosa che bisogna procurarsi, ma che a volte finisce rapidamente.

Queste idee però soprattutto sono dannose su un piano pratico. Se i ragazzini seguissero i principi della Santanchè potrebbero credere che il denaro sia dato, che esista a prescindere, piovuto dal cielo. Chi è ricco è libero, chi è povero è servo. Omnia saecula saeculorum, amen. Per quelli come la Santanchè tutto dipende da dove nasci e così torneremmo all’Ancien régime, duecentocinquanta anni di industrializzazione per nulla. Per fortuna non è vero. Il denaro (accumulato) è l’esito di un processo, la conseguenza di alcuni atti. Per essere ricchi bisogna diventarlo. Per avere quella libertà di cui parla la signora bisogna disporre dei soldi, ma non basta andare al bancomat a prenderli, i soldi bisogna guadagnarseli. Questo è il punto.

Il centro quindi è il lavoro, il guadagno e l’accumulazione del denaro. Difficilmente il denaro non guadagnato lecitamente, o peggio, non guadagnato affatto, conferisce libertà. È, al massimo, una forma di schiavitù differita, perché ciò che conta non è la disponibilità presente del denaro, ma l’attitudine a produrlo. La libertà che il denaro pure porta con sé è quindi funzione dei fattori che ne hanno determinato l’accumulazione. La libertà non discende direttamente dal denaro, ma proviene dalla conoscenza e dalle capacità degli individui di procurarselo, che sono i fattori determinanti per la produzione di ricchezza. In ultima analisi è la conoscenza che determina la ricchezza degli individui.

Così la conoscenza diviene la prima e unica fonte di libertà. La ricchezza, se esercitata lecitamente ed eticamente (under the rule of law) consente la pace e il progresso. Al contrario se il denaro è accumulato a prescindere, se è utilizzato come fine a sé stante, provoca solo conflitti e violenza (e quindi va combattuto dalle leggi di uno stato). Con le sue idee, sia chiaro, la Santanchè predica violenza.

Su tutto ciò avremmo potuto citare una sfilza di economisti, certamente autorevoli, direi sicuramente più liberali, più favorevoli al capitalismo (al vero capitalismo) della signora Santanchè (Schumpeter, Hayek, Keynes tra gli altri….). La sostanza è che il paese non ha cultura economica. E che  se questo è il livello di conoscenze della nostra classe dirigente, figuriamoci quello del popolo, dei consumatori, dei clienti delle banche. Fintantoché uomini e donne come l’onorevole continueranno a impartire lezioni di «economia» agli italiani, perché stupirsi degli imprenditori «predatori», dei risparmi in fumo, della corruzione, delle banche in crisi, delle autorità di controllo che non vedono, del paese che va di recessione in recessione?