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Prodotti finanziari, 800mila italiani hanno sottoscritto un Pir. Ma sono consapevoli dei rischi?

Prodotti finanziari, 800mila italiani hanno sottoscritto un Pir. Ma sono consapevoli dei rischi?
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La tecnica di vendita è sempre la stessa e il risultato non cambia! I prodotti finanziari, lo sappiamo, possono essere molto complessi. A volte questa complessità è accettata con consapevolezza dai risparmiatori. Spesso, però, le ragioni sono più opache. Sembra quasi (e succede) che ci siano prodotti costruiti in modo tale che solo chi li ha ideati ne conosca veramente le insidie: in pratica non si sa né dove né come si sta investendo, forse neanche se sia un investimento speculativo o meno.

Questa ambiguità è possibile perché in tutte le operazioni finanziarie si verifica un processo che viene chiamato “asimmetria informativa”: in pratica le informazioni sull’operazione che è oggetto del contratto non sono conosciute allo stesso modo da parte di tutti gli attori in gioco. Una delle prime lezioni ricevute in banca da un mio ex capo (oggi indagato dalla procura di Firenze) riguardava proprio il “come” realizzare l’asimmetria informativa in maniera subdola e “formalmente” pulita. Questo top manager ripeteva spesso che “in banca non si dicono bugie ma non bisogna dire tutto”. In altri termini, utilizzare sistematicamente l’omissione come strumento per non far capire tutto ai clienti.

È quanto è avvenuto, ad esempio, negli ultimi due anni nella maggior parte delle istituzioni finanziarie (banche, reti di promotori finanziari, compagnie di assicurazioni, eccetera) laddove sono stati offerti (eufemismo) in maniera massiccia e determinata al pubblico dei risparmiatori i Pir, acronimo per indicare i Piani individuali di risparmio. Ottocentomila sottoscrittori (persone fisiche, non aziende) per oltre 14 miliardi di raccolta!

Tanti! Ma come hanno fatto i consulenti finanziari a convincere tante persone a sottoscrivere con consapevolezza un Pir? Avranno detto sicuramente che i Pir nascono come contenitori fiscali all’interno dei quali i risparmiatori possono collocare qualsiasi tipologia di strumento finanziario (come azioni, obbligazioni, quote di fondi comuni) nel rispetto di alcuni requisiti. Avranno sicuramente manifestato che l’obiettivo dei Pir è quello di indirizzare i risparmi delle famiglie verso l’economia reale italiana, offrendo in cambio un’importante agevolazione fiscale per chi investe. Con i Pir, infatti, i risparmiatori del nostro Paese possono investire su prodotti bancari come azioni e obbligazioni senza che le rendite vengano tassate.

Avranno sicuramente riferito che l’investimento è di medio termine, cinque anni, e deve essere intrapreso con una quota minima di 500 euro fino a un massimo di 30mila anno all’anno. Così come avranno sottolineato che un altro beneficio che comporta la sottoscrizione dei Pir prevede l’esclusione dalla tassa di successione in caso di cedimento mortis causa. Forse (ma forse) avranno anche riferito che uno dei pochi “vincoli” per poter usufruire di questi vantaggi finanziari è di scegliere di investire principalmente sul mercato italiano: il 70% dei Pir, infatti, deve riguardare piccole o medie aziende nostrane, oppure europee ma con sede in Italia. Il restante 30% dell’investimento deve essere direzionato verso imprese non inserite nell’indice Ftse Mib di Borsa italiana. Fin qui nessuna bugia, nel rispetto del contenuto della famosa lezione. Ma vediamo se nel frattempo c’è stata qualche omissione.

1. Innanzitutto è stato detto al cliente qual è l’orizzonte temporale effettivo per ottenere l’esenzione fiscale? La normativa prevede infatti che il periodo minimo di cinque anni decorra da ogni versamento fatto durante la vita del Pir. In pratica, i rendimenti prodotti da un somma investita nel 2017 potranno godere del beneficio fiscale soltanto nel 2022, quelli prodotti da un versamento nel 2018 nel 2023, e così via.

2. In secondo luogo, sono stati comunicati al cliente gli effettivi costi associati a questo tipo di prodotto che potrebbero erodere, in tutto o in parte, il vantaggio che deriva dalla detassazione dei profitti del Pir?

3. In terzo luogo, è stato comunicato al cliente che trattasi di strumenti molto volatili e poco liquidi, per cui occorre essere predisposti a variazioni di prezzo continue e soprattutto essere consapevoli della non facile smobilizzazione in caso di necessità?

4. Last but not least, il cliente è stato messo al corrente del fatto che questi prodotti non offrono diversificazione geografica dell’investimento, esponendo di fatto i vostri risparmi ai rischi del sistema Italia che ha un Pil in decrescita?

Se tutto questo non è stato omesso, allora sì che in questo caso gli 800mila sottoscrittori hanno avuto la consapevolezza necessaria (più unica che rara) per investire i propri risparmi in un prodotto spazzatura che produce perdite. Ultime rilevazioni: -17,2% il rendimento medio annuo dei fondi Pir azionari e -8,2% il rendimento medio annuo dei fondi Pir bilanciati obbligazionari.
Un affare, no?

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