In televisione vincono sempre tutti e mai nessuno perde. Anche quando il risultato degli ascolti è chiaramente negativo, ci si può sempre appellare, in particolare in Rai, al fatto che agli ascolti deve essere privilegiata la qualità. Insomma, nel grande circo della tv sono tutti bravi!

Gli “aridi” dati di ascolto confermano che il sistema si è come cristallizzato. La Rai, portatrice di una programmazione che ambisce a essere popolare, continua a vincere come gruppo (37% di share) e Raiuno conserva la leadership di rete (19%). Mediaset mantiene la supremazia sul target commerciale (25-54anni), quello più appetibile dal punto di vista pubblicitario (36% di share contro il 30% di Rai). Sky, che ha superato i cinque milioni di abbonati, ha conquistato la supremazia sulla qualità dei suoi programmi di punta, come i talent, oltre ad avere il (quasi) monopolio sul calcio, dopo l’uscita di scena di Premium. La7 infine è la rete che aumenta gli ascolti sfruttando al meglio i talk politici, ormai divenuti una sorta di marchio di fabbrica.

Nel medio periodo si notano significativi cambiamenti. Dal 2010, Rai e Mediaset insieme perdono nove punti percentuali, passando dall’81% di share, quota che conclamava l’esistenza dell’oligopolio, al 70%. La7 passa dal 3% al 5%, mentre Discovery arriva al 6%.

Nel grafico è riportata la quota degli ascoltatori ripartiti per fasce di età. Rai è la tv più “vecchia”. Nel prime time il 48% dei suoi ascoltatori ha più di 65 anni, il 67% ha più di 55 anni. Per Raiuno gli over 65 sono il 54%, e quelli con più di 55 anni il 72%. Mediaset ha un pubblico più giovane e ancor più giovane è quello di Sky; entrambi più simili alla ripartizione della popolazione. Il sistema sembra quindi che si sia stabilizzato. Ma è proprio così?

Cambiamenti potrebbero essere introdotti dalla politica per quanto riguarda l’anello più debole della televisione, la Rai. Ci si riferisce in particolare alle scelte editoriali del nuovo vertice. È un dato di fatto che il governo abbia “occupato” la Rai: si è manifestato anche questa volta il solito irrefrenabile desiderio dei partiti della maggioranza. D’altronde la legge 220/2015, introdotta dal governo Renzi, lo permette in quanto assegna al governo maggiori poteri di nomina dei vertici rispetto alla precedente legge Gasparri. Ciò è sempre successo (ricordo comunque che durante il periodo “berlusconiano” si assegnò in tre casi la presidenza all’opposizione) e si giustifica con il legittimo interesse del governo ad avere (nei telegiornali e nei programmi di approfondimento) una puntuale rappresentazione della sua azione politica, interesse che incontra anche l’esigenza di conoscenza del pubblico.

Il problema, come al solito, è la tenuta del pluralismo, se cioè vi siano (quasi) equivalenti spazi per l’opposizione; se questi ultimi dovessero ridimensionarsi di netto, la Rai rischierebbe di ridursi a un’agenzia di sostegno alle politiche del governo. Diventerebbe allora una sorta di “soggetto politico”, sostenuta dai filo-governativi e osteggiata dagli oppositori; ma in tal caso la funzione di servizio pubblico scomparirebbe. Oltretutto dal punto di vista degli ascolti, secondo una vecchia “legge” della tv, “paga” più la critica del sostegno al potere.

Il telegiornale è l’immagine della rete, è la porta d’ingresso della prima serata. Se l’immagine si appassisce perde l’intera rete. Già nel corso di quest’anno Raiuno scende negli ascolti: se dovesse confermarsi – secondo le indiscrezioni della stampa – la presenza dopo il Tg1 (nello spazio che fu di Enzo Biagi) di giornalisti nettamente schierati, c’è il rischio che gli insoddisfatti del Tg1 aumentino e che tale insoddisfazione si trascini anche nei programmi della rete, magari anche a fronte de Il Commissario Montalbano. Per ora sono supposizioni e speriamo che tali rimangano. Certo che se la Rai dovesse capitolare sarebbe una sconfitta per tutti (e un vantaggio solo per gli altri competitor).

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