In quest’era di grandi cambiamenti tecnologici e sociali, anche i partiti politici stanno cambiando. Ma in meglio o in peggio? In Italia con il Movimento 5stelle abbiamo uno degli esempi più controversi di una nuova tipologia di partito, che nel mio nuovo libro The Digital Party: Political Organisation and Online Democracy descrivo come il “partito digitale”. Una forma-partito vista in tante altre formazioni sorte negli ultimi anni, come Podemos in Spagna, i Partiti Pirata nel Nord Europa e il partito di Jean-Luc MelenchonFrance Insoumise.

Si tratta di “partiti digitali” non solo perché hanno fatto dei social media, delle loro pagine Facebook, account Twitter e canali YouTube la loro principale cassa di risonanza. Ma anche perché hanno creato le loro “piattaforme partecipative”, ambienti on line in cui i membri sono invitati a partecipare in discussioni e votazioni su candidati e scelte strategiche.

In Italia si è parlato molto della piattaforma Rousseau del Movimento 5 stelle, descritta dagli attivisti come una sorta di “cervello digitale” o “sistema operativo” del Movimento, in cui si tengono discussioni e votazioni su espulsioni, candidati e scelte politiche. Molti altri movimenti hanno creato simili piattaforme. Podemos ad esempio ha un portale chiamato Participa, dove i membri possono partecipare a discussioni e votare in primarie e referendum.

La promessa di queste piattaforme partecipative è rendere la vita interna dei partiti più democratica, aperta e trasparente: più simile all’esperienza interattiva dei social media, eliminando ove possibile tutte le intermediazioni della forma-partito tradizionale. Il fatto è che dietro queste promesse si cela spesso la realtà di una democrazia pilotata, in cui ai membri/utenti vengono offerte scelte limitate su opzioni che sono già state decise a tavolino.

Nel caso dei 5stelle e della piattaforma Rousseau ci sono prima di tutto palesi problemi tecnici. Rousseau usa un sistema informatico pasticciato, che infatti è stato bucato ripetutamente dagli hacker e basato su codice proprietario, il che significa che nessuno esterno all’organizzazione sa esattamente come funziona il sistema. Inoltre fa ricorso solo eccezionalmente a enti esterni di verifica del risultato delle votazioni, il che significa che non c’è certezza sui risultati. E non si sa neppure quanti siano effettivamente gli iscritti alla piattaforma: da mesi ormai la fondazione Rousseau non fornisce dati ufficiali al riguardo.

Ma oltre a queste falle di sistema, ciò che è preoccupante è il modo in cui le votazioni sono state usate come arma propagandistica per mostrare all’esterno l’immagine di una base compatta a sostegno dei vertici. Eccetto due occasioni, tra cui il referendum del 2014 per abrogare il reato di immigrazione clandestina, in cui la base votò contro il parere di Beppe Grillo e Casaleggio senior: le consultazioni interne hanno visto maggioranze bulgare a favore dell’opzione preferita dai vertici del partito. Come nel caso delle primarie del candidato primo ministro in cui Luigi Di Maio ottenne l’82% dei voti; o come successo con il referendum interno sul patto con la Lega approvato dal 94% dei partecipanti. Anche Podemos ha manifestato una simile tendenza, come visto nel caso della recente rielezione di Pablo Iglesias come candidato primo ministro nelle prossime elezioni, in cui il fondatore e leader di Podemos era l’unica persona in lizza.

Questi e altri episodi dimostrano come spesso, dietro la promessa di una maggiore democrazia supportata dalle nuove tecnologie, si celi la realtà di una democrazia plebiscitaria e verticista, per certi versi peggiore della democrazia interna dei partiti tradizionali. È vero che, con le loro sperimentazioni, formazioni come i 5stelle hanno messo in luce le grandi potenzialità della democrazia digitale. Ma fino ad ora i 5stelle, così come altri partiti digitali, non hanno realizzato veramente tali potenzialità. Piuttosto hanno usato la democrazia digitale come una risorsa propagandistica e uno specchietto per le allodole, per far credere ai propri membri di avere voce in capitolo, quando in realtà le scelte importanti venivano prese dai vertici.

Non c’è quindi da sorprendersi se il livello di partecipazione alle consultazioni on line è in stasi o declino sia nei 5stelle che in Podemos. Solo adottando regole chiare, trasparenza, autonomia di chi gestisce la piattaforma e le consultazioni rispetto a chi ha ruoli di potere nel partito si potrà ridare fiducia alla democrazia digitale all’interno dei nuovi movimenti dell’era digitale. Lo faranno?