Dati sull’aborto, un ritardo senza precedenti. Non è stata ancora depositata la relazione al Parlamento sullo stato di applicazione della legge 194 del 1978. Il dossier del 2018, relativo alle rilevazioni 2017, ha undici mesi di ritardo. Per questa ragione è stata depositata un’interrogazione parlamentare urgente, a prima firma Emma Bonino, alla ministra della Salute Giulia Grillo. Nell’atto si ricorda come, l’articolo 16 della stessa norma dispone che entro il mese di febbraio “il ministro della Sanità presenta al Parlamento una relazione sull’attuazione della legge stessa e sui suoi effetti, anche in riferimento al problema della prevenzione”. Le regioni sono tenute a fornire le informazioni necessarie entro il mese di gennaio di ciascun anno, sulla base di questionari predisposti dal Ministro. Questo significa che “tra un mese la ministra Grillo dovrebbe presentare il Rapporto del 2019” ricordano le ginecologhe Mirella Parachini, vice segretario dell’Associazione Luca Coscioni e Anna Pompili di Amica (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto) e Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Coscioni. La ministra Giulia Grillo è entrata in carica a giugno scorso, quindi il ritardo è da condividere con la sua predecessora Beatrice Lorenzin.

I DATI – Nell’interrogazione si fa anche il punto della situazione sugli aborti in Italia, tenendo conto dei dati finora disponibili. “Negli ultimi 40 anni le interruzioni di gravidanza, nel complesso, sono fortemente diminuite” si legge nel testo. Nel 1983 erano 233.976, mentre già 20 anni dopo, nel 2013, si erano più che dimezzate (102.760) e ora sono di poco inferiori agli 85mila casi all’anno. Nel 2016 il numero di interruzioni volontarie di gravidanza è stato di 84.926, con una riduzione del 3,1 per cento rispetto al 2015. “A influire su questo cambiamento sono intervenuti diversi fattori – ricorda il testo – tra i quali l’abolizione dell’obbligo di prescrizione medica dei contraccettivi di emergenza ormonali, quali la pillola del giorno dopo e la pillola dei cinque giorni dopo”.

UN PERCORSO A OSTACOLI – Secondo la relazione annuale al Parlamento trasmessa nel 2017 (con i dati del 2016) e così come documentato dall’inchiesta pubblicata sul numero di marzo 2018 da Fq Millennium, l’interruzione volontaria è sempre più un percorso a ostacoli. Oltre 7 medici ginecologi su 10 sono obiettori (71 per cento), confermando una tendenza in atto da diversi anni. Esistono, tuttavia, notevoli differenze a livello regionale, anche perché la regione ha autonomia organizzativa. In 8 regioni su 20 la percentuale di medici obiettori oscilla tra l’80 e il 90 per cento, come nel Lazio, in Basilicata, Campania, Sicilia e Molise, con punte superiori al 92 per cento in Trentino-Alto Adige. Si tratta di numeri molto lontani da quelli del Regno Unito (10 per cento), della Francia (7 per cento), dei Paesi scandinavi e della Svizzera, dove è pari a zero. Rispetto all’obiezione di coscienza si conferma il dato scandaloso della grande percentuale di strutture che non effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza, in aperta violazione dell’articolo 9 della legge 194: solo il 59,4 per cento delle strutture con reparto di ostetricia, infatti, pratica l’Ivg.

L’IMPORTANZA DELLA RELAZIONE – “Oltre all’analisi completa sull’applicazione della norma – spiega l’Associazione Coscioni – la relazione dovrebbe essere uno strumento, fino ad oggi disatteso, per individuare le criticità ed approntare interventi concreti di miglioramento, al fine di assicurare il diritto alla salute alle cittadine italiane senza disparità e disuguaglianze. Secondo l’associazione questo ritardo di 11 mesi costituisce un “incidente anomalo, che ripropone con urgenza una serie di domande irrisolte”.

L’INTERROGAZIONE – Domande che Emma Bonino pone alla ministra, chiedendo non solo “per quale motivo non sia stata ancora depositata la relazione al Parlamento” e quando questo accadrà, ma anche quali provvedimenti intenda assumere per garantire una corretta applicazione della norma “che non crei pregiudizio alle donne che accedono all’interruzione volontaria di gravidanza”. Nel testo si parla anche di aborto farmacologico e si chiede se il ministro intenda facilitarne l’accesso “anche in regime ambulatoriale per le gravidanze fino a 7 settimane e allargare il limite a 9 settimane, come negli altri Paesi europei, in accordo con la correttezza della procedura del mutuo riconoscimento, disattesa nel nostro Paese che, peraltro, andrebbe incontro ai diritti delle donne e al bilancio dello Stato”. Un tema sul quale anche l’associazione Coscioni pone degli interrogativi: “Perché il metodo farmacologico è così poco applicato, a fronte dei dati ricavati dalle statistiche ufficiali di altri paesi? Perché la contraccezione non è gratuita nel nostro paese, mentre lo è l’interruzione della gravidanza?”. E chiede alla ministra Giulia Grillo un piano di interventi mirati: garantire la gratuità della contraccezione “unica vera prevenzione del ricorso all’aborto”, consentire anche alle ragazze minorenni l’accesso alla contraccezione di emergenza senza obbligo di prescrizione, migliorare l’accesso all’aborto farmacologico “permettendo il regime ambulatoriale e ‘at home’, come avviene nel resto del mondo o il regime di ‘day hospital’, eliminando finalmente la raccomandazione del regime di ricovero ordinario’ e sollecitare l’Agenzia italiana del farmaco ad ampliare l’ivg farmacologica del primo trimestre da 49 ad almeno 63 giorni (la Food and Drug Administration (Fda) americana prevede il regime “at home” fino a 70 giorni).

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