In coda all’alba, in scantinati squallidi e freddi. Numeri di telefono che squillano a vuoto. Attese di settimane. Medici che rifiutano certificati o indirizzano a cliniche private. La volontaria dell’associazione “pro vita” che ti parla di «omicidio». Mentre i consultori cattolici, in crescita, incassano fior di soldi pubblici, ma mettono in chiaro che fra le loro mura la legge sull’aborto non è in vigore.

Era il 22 maggio 1978 quando in Italia fu promulgata la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, dopo un’aspra battaglia che spaccò in due il Paese. Quarant’anni dopo, le donne incontrano ancora molti ostacoli e il loro diritto a scegliere è tutt’altro che garantito. Lo hanno verificato sul campo le giornaliste di Fq Millennium che si sono presentate in ospedali, consultori e farmacie di tutta Italia chiedendo di abortire o di avere la “pillola del giorno dopo” (qui il video).

Il nodo è quello dell’obiezione di coscienza di medici e infermieri. Secondo l’ultimo rapporto del ministero della Salute, con dati del 2016, i ginecologi obiettori nelle strutture in cui si praticano interruzioni di gravidanza sono oltre il 70%, in lieve aumento sul 2015 (+0,4%). Le punte più alte toccano alle regioni del sud, spesso oltre l’80%, con il record del Molise, dove gli obiettori sono al 96,9%. Nell’Italia centrale si va oltre il 70%, a eccezione della Toscana, così come in Lombardia e Veneto, e oltre l’84% nella Provincia di Bolzano. Se a questo si aggiunge che solo in sei strutture con un reparto di ginecologia e ostetricia su dieci si praticano interruzioni volontarie di gravidanza (84.926 nel 2016, in calo del 3,1% rispetto al 2015), in molte regioni il diritto garantito dalla 194 è di fatto negato. Ci sono strutture dove l’obiezione è totale e altre ridotte a catena di montaggio dell’aborto, con singoli operatori che arrivano a praticarne 400 all’anno.

Nel 2016 il Consiglio d’Europa, su ricorso della Cgil, ha richiamato l’Italia sia per le difficoltà di applicazione della legge sia per la «discriminazione» nei confronti del personale sanitario non obiettore. L’anno dopo ha fatto lo stesso il comitato dei diritti umani dell’Onu, sottolineando come questi ostacoli portino a un aumento degli aborti clandestini. Con i suoi rischi e le sue tragedie. È la stessa legge 194, del resto, a imporre che «l’espletamento delle procedure» e «l’effettuazione degli interventi richiesti» debbano essere garantiti, ma nella realtà le cose vanno molto diversamente, come leggerete nella pagine che seguono.

Ci sono donne costrette a “emigrare” perché nella provincia di residenza i tempi di attesa sono troppo lunghi, altre non vengono informate adeguatamente sui loro diritti, altre ancora vengono invitate a rivolgersi ai centri privati. Il tempo si accumula e in molti casi diventa impossibile evitare l’intervento utilizzando la pillola abortiva Ru-486.

E in futuro? «I non obiettori hanno in media 50-60 anni», racconta un medico che abbiamo incontrato a Palermo, mentre gli specializzandi di ginecologia hanno pochissime occasioni di fare pratica. Così «nel giro di dieci anni, la legge 194 potrebbe diventare inapplicabile».

LOMBARDIA, BOOM DEI CONSULTORI RELIGIOSI
Alle 7,30 del mattino alla clinica Mangiagalli di Milano sono già una decina, strette in fila per chiedere di abortire. Non tutte sono accettate. «Oggi ne hanno mandate a casa quattro», conferma una donna mentre aspetta il suo turno. «In base a quante sono in coda, qualche volta si è accettate e altre no – conferma Daniela Fantini, presidente del consultorio Cemp – Devi mettere in conto attese lunghe e imprevedibili». Anch’io vengo respinta, nonostante arrivi pochi minuti dopo l’apertura dell’ambulatorio. Capisco il meccanismo appena un’infermiera mi dedica qualche minuto. Mi dà una lista degli ospedali di Milano, e accanto un numero. «Mangiagalli, max 6», «Buzzi, max 16», «Sacco, max 10». Come alle altre ragazze mandate a casa, non mi resta che provare in un altro ospedale, o sperare di essere la prima il giorno successivo. «Settimana scorsa sono arrivata alle 6.30, per essere sicura di avere il posto, ed ero già la seconda», racconta una ragazza che attende vicino a me.

Mentre sono in fila nell’ospedale pubblico più noto a Milano per la maternità, una voce mi chiede se sono convinta della mia scelta. «Dopo sarà tremendo, ti sentirai come se avessi commesso un delitto, una cosa gravissima per la tua anima». La signora – senza identificarsi – mi racconta che anche lei ha abortito, e da allora non riesce a smettere di pensare «all’omicidio» che ha commesso. Vengo così condotta al terzo piano, dove scopro che ha sede il Centro di aiuto alla vita. Mi colpisce quanto sia confortevole rispetto alla scala H dove aspettano le donne che vogliono interrompere la gravidanza: un locale ben riscaldato con divanetti il primo, un corridoio stretto con sedie non sufficienti e un freddino che obbliga a tenersi la giacca il secondo. «Non importa se tu vai d’accordo con il tuo uomo o no», continua la donna, «se solo i tuoi genitori ti supportassero potresti farcela», aggiunge una volontaria. La scala H, conclude la signora che mi ha approcciato, «la chiamo “il macello”, perché molte lo prendono come metodo anticoncezionale». Così, dopo qualche ora esco dalla clinica, ben istruita sulle mie colpe morali e con un elenco di ospedali dove provare ad andare il giorno dopo.

«Il problema è che in Lombardia non esiste un numero verde o una pagina web istituzionale che dia informazioni chiare su quale ospedale scegliere, che documenti portare, a che ora presentarti», commenta Eleonora Cirant, ricercatrice indipendente che lavora per i Consultori privati laici di Milano. «Un tempo il punto di riferimento erano i consultori, ma oggi con la diffusione dei centri religiosi è tutto diverso». I consultori confessionali lievitano in tutta la regione, con un aumento del 16% dal 2012 al 2017. Con impatto anche sulle tasche dei cittadini, visto che Regione Lombardia rimborsa comunque le visite, ma con somme più alte per incontri psicologici, educativi o di gruppo (normalmente svolti nei centri religiosi) e più bassi per le visite ostetriche o ginecologiche (cuore dei consultori pubblici). Risultato, in posti dove la 194 è come se non esistesse, gli assegni del Pirellone arrivano con più zeri. A Milano ci sono 18 consultori legati alle Ast e 15 accreditati. Di questi ultimi, tre sono laici mentre 12 fanno capo a istituzioni religiose. In sintesi, in uno su tre contraccezione e aborto sono tabù. In uno di questi, il Consultorio familiare Kolbe, la mia volontà di interrompere la gravidanza viene del tutto ignorata. L’operatrice inizia a elencarmi i privilegi economici di cui godrei se decidessi di tenere il bambino. «Bonus famiglia, pacco alimenti, pannolini e vestiti gratis fino al primo anno di vita». Rinnovo la mia richiesta ed ecco che la diligente interlocutrice mi propone di fissare un colloquio con un assistente sociale mentre l’attesa per una visita con una ginecologa sarebbe stata di tre settimane. Alla fine, solo un consiglio: «Se vuole, le do il numero di un altro consultorio. Loro non sono religiosi, forse possono aiutarla».

Ostacoli e complicazioni aumentano per le donne straniere, che spesso incappano nei consultori religiosi del tutto inconsapevolmente. «Gli ospedali spesso chiudono loro la porta in faccia, così si procurano l’aborto con farmaci che possono ridurle in fin di vita», racconta Tiziana Bianchini della Cooperativa lotta contro l’emarginazione. Molte nigeriane vittime di tratta e costrette a prostituirsi in strada «raccontano di essere state rimandate a casa». Ma accade anche a richiedenti asilo regolarmente soggiornanti in Italia. A loro non resta che provare i consultori, ma nello slalom tra religiosi e obiettori «i giorni passano e si può arrivare al superamento del termine di tre mesi». Un meccanismo che incrementa gli aborti clandestini. «Non dobbiamo pensare che chi non riesce a interrompere una gravidanza negli ospedali pubblici terrà il bambino. Semplicemente, abortirà in modo illegale, pagando molti soldi o mettendo a rischio la sua vita», chiarisce Bianchini. Per esempio con il Cytotec, un farmaco per prevenire le ulcere gastriche. Compressa dopo compressa, «essendo un anticoagulante provoca emorragie violentissime, tanto che molte donne che lo hanno assunto a scopo abortivo sono finite in ospedale, diverse in pericolo di vita. L’aborto è un diritto – chiude Bianchini – nessuna donna dovrebbe rischiare la vita per farlo».

Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, rispondendo a un’interrogazione del 2017, ha affermato che, secondo le stime, ogni anno dalle 12 alle 15 mila donne italiane e dalle 3 alle 5 mila straniere abortiscono clandestinamente, in cliniche o studi medici fuorilegge. (em)

ROMA, APPUNTAMENTO TRA VENTI GIORNI
A Roma sono le 6 del mattino. All’ingresso del San Camillo non c’è l’indicazione per le interruzioni di gravidanza. Il vialetto che porta alla palazzina di ginecologia è buio e deserto. Sui muri, le scritte dei futuri papà: «Gianrobertino ti stiamo aspettando». A metà della salita esterna, una freccia verso il basso indica un sottoscala nascosto: due rampe, un cortiletto transennato, il rumore degli impianti dell’ospedale. È qui che fanno gli aborti. E qui le donne si mettono in fila dalle 4 del mattino. Ma non c’è nessuno: nella notte ha diluviato e a Roma, quando piove, tutto si ferma. Risalgo verso il bar per un caffè. Quando torno, ci sono quattro donne davanti alla porta chiusa.

Una di loro chatta. Spio: con la ginecologa e con qualcuno chiamato «Amore». Penso che «Amore» poteva pure stare qui al freddo e tra le pozzanghere. «Aprono la cartella clinica. Poi ti mandano all’ecografia e dalla psicologa. È rapidissima: solo per essere certa che tu sia consapevole di eventuali dolori dopo», spiega una ragazza. Se c’è posto risolvi in giornata, «altrimenti ti danno appuntamento il prima possibile». Il reparto apre alle 8. Prendono le prime dieci, quindici persone fino alle 8.30. La fila, ora, arriva fino al mondo di sopra: una ventina di donne, uomini accompagnanti tre. Un’infermiera rassegnata apre la porta. Ogni donna riceve un cartellino con numero. «6 arancione!». Certificato, documento. «Figli? Aborti?». «È propensa all’Ru (la pillola abortiva, ndr)?», chiede un’infermiera con dolcezza. «Mai sofferto d’asma? Problemi di coagulazione, epilessia? Cardiocircolatori?». Segna Ru a matita sulla cartella. «Allora intanto lo scrivo qui che la preferirebbe».

Il San Camillo è l’unico ospedale della Capitale dove ci si presenta direttamente. Negli altri, la trafila prevede prima il passaggio dal consultorio, anche se già fornite di certificato medico. Molti numeri, di ospedali e consultori, squillano a vuoto. Per altri, scatta il fax. «Venga qui così fa la visita e parla con l’assistente sociale», mi dice finalmente un consultorio di Roma Nord. «Ho già il certificato del mio ginecologo», obietto. «Non importa: lei viene e parla con l’assistente sociale. Poi sarà lui a prenderle un appuntamento». «E quanto ci vuole poi per l’ospedale?». «È in zona? Il primo appuntamento possibile al San Filippo Neri sarà tra una ventina di giorni». «Ma io sono alla sesta settimana, scadono i tempi per il farmacologico». «Vedranno loro se rientra per l’Ru oppure se farà il chirurgico. Altrimenti vada al San Camillo». Analoghe risposte mi vengono date da consultori di altre zone. Nel 2017 al San Camillo sono state effettuate 843 interruzioni di gravidanza farmacologiche, 1323 chirurgiche e 179 aborti terapeutici. Qui arrivano donne da Molise, Sicilia, Basilicata, Campania, Puglia, Calabria, Abruzzo. E dal resto del Lazio: se nella Capitale abortire resta un percorso ad ostacoli, nel resto delle province «la situazione è drammatica», racconta Giovanna Scassellati, che dirige il reparto da vent’anni. A Rieti e Viterbo «fanno 5 interruzioni volontarie a settimana e l’Ru-486 è praticamente inesistente. A Velletri il vescovo dice che lì gli aborti non si fanno». Dal 2012 al 2017 hanno chiuso i servizi di Monterotondo, Palestrina, Genzano. Per la Regione il servizio è «adeguato», ma non la pensa così Non una di meno, che proprio il 22 maggio scenderà in piazza a protestare.

Anche i farmacisti obiettano, peccato che per loro la 194 non preveda questa opzione. L’articolo 9 la limita al «personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie». «Qui EllaOne non la trova», dicono alla farmacia di Fiumicino, mentre una Madonna con bambino ci guarda. Il titolare, Pietro Uroda, presidente Farmacisti cattolici, «non vuole». Ma è legale? «Sono d’accordo con lei», mi viene risposto con un’alzata di spalle.

L’obiezione negli ospedali non è solo di coscienza, ma anche economica, spiega Andrea Filippi, segretario nazionale della Fp Cgil Medici. Se in un reparto c’è un solo non obiettore, «passerà il suo tempo a fare aborti e non potrà occuparsi di altro o fare carriera». «E verrà isolato», aggiunge Lisa Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione Vita di Donna. Nella maggior parte degli ospedali di Roma, il primariato di ginecologia è affidato a medici provenienti da strutture del Vaticano o dell’Opus Dei. Per l’aborto oltre i 90 giorni «la situazione è drammatica, a causa dei tanti servizi in mano a strutture religiose come il Gemelli e il Bambino Gesù», spiega Canitano. Strutture dove l’interruzione di gravidanza non è naturalmente contemplata, neppure entro i tre mesi. Quando telefono al Gemelli, ecco la risposta dell’infermiera. «Qui sono tutti obiettori, è inutile che venga. Non ne facciamo proprio». Il primario Pino Noia, presidente dei medici cattolici, definisce gli aborti terapeutici «eugenetici». Richiamarsi alla legge, per lui, è «asettico»: «Se vediamo solo il dato giuridico, 150 anni fa un negro in America non poteva entrare in chiesa», esemplifica a Fq Millennium.

Nel frattempo, il laico Policlinico Umberto I ha visto ridursi pesantemente l’attività dello storico «repartino» Ivg, che negli anni Settanta fu occupato per alcuni mesi da un collettivo femminista. Chiuso per un periodo quando l’ultimo medico non obiettore è andato in pensione, ha poi riaperto, ma con attività ridotta: 235 le interruzioni nel 2017, 42 le Ru. «È un policlinico universitario, l’unico a Roma con repartino Ivg: gli altri due non ce l’hanno neppure», dice Serena Fredda di Non una di meno. «Questo è un problema per le prossime generazioni di medici». (ag)

EMILIA, “LASCIATA SOLA CON DOLORI LANCINANTI”
Con il 48% di obiettori, l’Emilia Romagna è un’isola virtuosa, tanto che “ospita” donne provenienti dal sud della Lombardia. Ma basta addentrarsi nel reparto ginecologia di un importante ospedale per imbattersi nella storia di Francesca: lasciata quasi cinque ore in una sala d’attesa, circondata da donne con il pancione, mentre la pillola abortiva faceva il effetto e veniva scossa da dolori lancinanti, racconta a Fq Millennium. Qualche anno fa si è sottoposta all’aborto farmacologico per accelerare i tempi, dopo che in un’altra struttura le avevano fissato l’intervento chirurgico a distanza di oltre venti giorni. «È già una decisione difficile, aspettare è psicologicamente massacrante, perché ogni giorno che passa ti rendi conto di quello che sta succedendo». Così arriva il momento. «Avevo perdite abbondanti, un grande dolore – continua Francesca – e nessuno tra il personale presente in tutto quel tempo mi ha chiesto se avessi bisogno di qualcosa, di un bicchiere d’acqua, un assorbente, un antidolorifico. Sono stata trattata peggio di un animale».

Non sono poche le donne che raccontano di essersi sentite «giudicate, trattate con scarsa umanità e soprattutto non informate a sufficienza, soprattutto sulla tempistica» spiega Benedetta Ziliani di Non una di meno Piacenza. «C’è chi, aspettando i sette giorni standard dalla visita, ha scoperto che non poteva più prendere la pillola, ma doveva per forza sottoporsi all’intervento». (sb)

CALABRIA, LA CLINICA SOSPESA
È il 7 febbraio quando varco la soglia dell’Annunziata, che troneggia nella parte alta di Cosenza e imbocco uno dei tanti corridoi che si snodano nel suo ventre. Al reparto di Ginecologia mi indicano i Servizi sociali. Finalmente arrivo in un corridoio spoglio, dove faccio la fila con una ragazza asiatica. «L’intervento è a Rogliano, a dieci chilometri da qui, e dopo non si può guidare. Io non so come fare a tornare a Cosenza», si lamenta. Arriva il mio turno. Ad accogliermi una signora in camice bianco. Mi avverte che devo decidere in fretta. «Stiamo già prenotando per marzo. Se ti sbrighi e decidi ora, ti prenotiamo in quei giorni. Dopo non lo so». Insisto per capire la ragione di quei tempi d’attesa, alla fine l’assistente sociale cede: «I medici ci sono, ma sono tutti obiettori!».

Fino a poco tempo fa ci si poteva rivolgere alla casa di cura Sacro Cuore, del gruppo imprenditoriale iGreco, controllato dalla famiglia Greco. L’assistente sociale spiega che la struttura privata è convenzionata con accredito regionale, «ma da qualche giorno non operano più». Decido di andarci. Nella lussuosa sala d’attesa la scritta «iGreco» campeggia sulla parete bianca, e dietro i vetri tirati a lucido alcune signore rispondono al telefono. «Purtroppo siamo fermi», mi dicono. «Per cose di Regione e Asp. C’è la possibilità che si riprenda, così come c’è la possibilità che non si riprenda». Lo stop è arrivato in seguito all’esposto presentato in Procura della parlamentare M5S Dalila Nesci, secondo la quale la clinica non è mai stata accreditata dalla Regione Calabria per praticare interruzioni di gravidanza. L’amministratore unico del gruppo Saverio Greco sventola «un’autorizzazione ministeriale», che però secondo l’esposto non sarebbe sufficiente a legittimare il servizio. «Abbiamo dovuto respingere donne che sono arrivate troppo tardi a causa della difficoltà di trovare strutture», aggiunge. Morale: in caso di necessità, in meno di un mese a Cosenza e dintorni non si può abortire.

Provo più a Sud, all’ospedale di Lamezia Terme. Dove la dottoressa Lia Ermio mi catapulta in uno scenario inatteso. Perché ancora oggi, come quarant’anni fa, il personale medico deve sanare situazioni estreme, come i fai da te che mettono in serio pericolo di vita. Se non si ha la fortuna di trovare una struttura disponibile, c’è Internet dove si acquistano facilmente pillole che dovrebbero essere assunte con un medico a fianco. Delle 250 interruzioni di gravidanza l’anno, a Lamezia il 10% riguarda interventi su aborti fatti in casa.

Secondo il ministero della Salute, su 15 strutture ospedaliere, in Calabria, solo sette praticano l’interruzione di gravidanza, e all’ospedale di Lamezia su 12 medici solo due non sono obiettori. «È un lavoro con un rischio chirurgico e anestesiologico», chiosa la Ermio. «Se si può evitare, perché farlo?». (gz)

MOLISE, SOLO UN MEDICO NON FA OBIEZIONE
L’obiezione crea paradossi, come in Molise, dove solo un ginecologo pratica l’interruzione di gravidanza e gli altri 31 si astengono. Si chiama Michele Mariano, opera al Cardarelli di Campobasso e dirige il Centro regionale per la procreazione responsabile. Del suo caso hanno parlato anche giornali e tv, un anno fa, ma da allora nulla è cambiato. «Continuo a essere l’unico – racconta a Fq Millennium – e non solo per le donne del Molise, ma anche per quelle che arrivano da regioni vicine, come la Campania, l’Abruzzo, la Puglia». Mariano cerca di non mandare via nessuno perché crede nella 194. «Forse se non è cambiato nulla – ironizza – è anche un po’ colpa mia che continuo a occuparmi di circa 400 interruzioni all’anno da solo». In che modo? «Facendo vacanze brevi, di tre o quattro giorni, al massimo una settimana. E cercando di non far superare alle pazienti i termini di legge». Fosse per lui «l’obiezione di coscienza andrebbe abolita per chi si specializza in ginecologia. Se hai una certa convinzione devi pensarci prima».

In Campania, i dati del ministero sono fermi al 2013: l’obiezione tocca l’81% dei ginecologi, il 65% degli anestesisti, quasi il 73% del personale non medico. E solo qui, oltre che nella provincia autonomia di Bolzano, praticano l’interruzione volontaria di gravidanza meno del 30% delle strutture. Secondo la Regione, al Cardarelli di Napoli gli obiettori sono 10 su 12 ginecologi, al Loreto Mare sono 12 su 15. Al Rummo di Benevento, circa un anno fa l’unico medico non obiettore è andato in pensione e il servizio è stato sospeso per un periodo. L’isola felice è il Moscati di Avellino, dove ci sono sei non obiettori su 14. Qui è possibile sia fare l’interruzione entro i primi 90 giorni sia oltre, ossia l’aborto terapeutico. «Anche in Campania si incontrano difficoltà – spiega la ginecologa Carla Ciccone – soprattutto per l’interruzione dopo i 90 giorni, per malformazioni del feto». Quest’ultimo è un intervento più complesso, «con la somministrazione della Ru486 e il ricovero per l’intervento di raschiamento». Ad Avellino arrivano anche da altre regioni e per garantire alle pazienti questo diritto Carla Ciccone ha deciso di rimanere nonostante abbia raggiunto ormai i quarant’anni di servizio.

Mentre qualcun altro fa il doppio gioco: il consigliere regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli ricorda casi di «medici radiati dall’Ordine perché obiettori nel pubblico, ma che poi praticavano aborti anche clandestini in particolare a minorenni, a straniere e a prostitute». Solo raramente queste storie vengono alla luce. A Castel Volturno (Caserta), nell’ottobre 2017 è stato arrestato Friday Ewunoragbon, 51enne nigeriano, che per l’interruzione chiedeva 300-350 euro, e fino a 2.500 per quelle inoltrate, anche fino al quinto mese. Tra le clienti di “Doctor Friday”, prostitute nigeriane vittime di tratta provenienti da tutta Italia.(lg)

SICILIA, TUTTE A PETRALIA SOTTANA
L’obiezione crea involontarie Mecche dell’aborto. Come Petralia Sottana, nel palermitano, tremila abitanti e strade spesso impraticabili a mille metri sul livello del mare. Non esattamente un luogo di passaggio. Eppure, ogni anno, il suo piccolo ospedale è meta di almeno 300 donne che intendono interrompere una gravidanza, spesso provenienti dalla parte opposta dell’isola o da Palermo, dove la quota di obiezione è in linea con l’85% regionale (90% a Catania).

A Petralia, i ginecologi sono cinque, compreso il primario, fino all’anno scorso Roberto Ardizzone, unico non obiettore del reparto, oggi in pensione. Al suo posto, l’azienda ha assunto un nuovo collega con un’apposita postilla di non obiezione. «Io ho sempre fatto interruzioni di gravidanza, dal 1979 – racconta – La mia media era di dieci alla settimana». Quasi tutte chirurgiche, considerato che nel paesino sulle Madonie le donne arrivano spesso al limite del tempo, dopo aver girato vari ospedali.

Una situazione oggi tamponata dall’introduzione all’ospedale Cervello di Palermo dell’interruzione farmacologica, «che permette di snellire le liste di attesa», spiega Francesco Gentile, tra i due non obiettori sui 23 ginecologi del reparto. La questione, conclude amaro, potrebbe essere presto superata: «I non obiettori hanno in media 50-60 anni e agli specializzandi queste tecniche non vengono proprio insegnate. Nel giro di dieci anni, la legge 194 potrebbe diventare inapplicabile».

L’obiezione, fra l’altro, non sempre ha a che vedere con motivi etici. «Il vero problema sono i soldi. Per molti non è conveniente assumersi il rischio di un’operazione in più se si viene pagati comunque allo stesso modo – riassume Ardizzone – Gli obiettori dovrebbero prestare un servizio alternativo per la collettività, nei consultori o a fare prevenzione nelle scuole». (cc)

SALENTO: BANDO RISERVATO AI NON OBIETTORI
La ginecologa non c’è. Ma le infermiere, tutte signore di mezza età, sono premurose: «Appuntamento a domani, vediamo di fare in fretta. Sa com’è, più tempo passa e più diventa difficile per tutti, anche psicologicamente». Nel consultorio centrale di Lecce mi presento come una donna alla sesta settimana. È troppo tardi per l’aborto farmacologico: bisogna sottoporsi a visita ginecologica, poi prenotare in reparto, poi attendere altri sette giorni, «perché ci potrebbe essere un ripensamento». «Vai a Brindisi», mi suggerisce una ragazza in attesa, 24 anni e una pancia che cresce: «Lì fanno prima, in clinica privata. Io ho risolto così lo scorso anno». Chiamo a Brindisi. E ha ragione lei: in dieci giorni l’operazione è già fissata, una settimana in meno rispetto a Lecce.

In provincia, avere informazioni è più difficile: il telefono squilla a vuoto di martedì pomeriggio, giornata di apertura, nei consultori di Poggiardo, Maglie e Copertino. A Scorrano, chiamo direttamente in Ginecologia, in ospedale. Risponde un’ostetrica: «Sono obiettrice e qui quella pratica non la facciamo, ma provi a telefonare dopo le 21, perché è di turno un medico che è stato “in mezzo a queste cose” e sa aiutarla».

Nel Salento, la seconda fase è più complicata della prima: l’interruzione della gravidanza è possibile solo in due ospedali pubblici su sei, sebbene per legge tutti, in day service, dovrebbero garantire il servizio. Lo scorso anno, i medici non obiettori erano appena tre e la Asl ha dovuto indire un bando riservato solo a loro, prevedendo l’automatico licenziamento di chi dovesse cambiare idea. Oggi sono sei, il 10%. Quattro operano a Lecce, dove il ritmo è pari a circa mille aborti l’anno e i tempi di attesa sono di 15 giorni; gli altri a Gallipoli e Scorrano, dove però mancano ostetriche e anestesisti non obiettori. Così i due sono costretti ad alternarsi il sabato, in day service, nell’altro unico ospedale disponibile, Casarano. (tc)

NEL NORDEST 23 NO PRIMA DI ABORTIRE
Ha dovuto rivolgersi a ben 23 strutture tra Veneto e Friuli Venezia Giulia prima di poter abortire – grazie all’intervento della Cgil – proprio allo scadere dei novanta giorni, avendo scoperto la gravidanza al secondo mese ed essendosi imbattuta in lunghe liste d’attesa. Il caso è del 2016, ma la causa non è cambiata: nell’efficiente Veneto, ci sono picchi di obiezione al 100%, come ad Adria e nell’Est veronese. «L’obiezione aveva senso quando è stata fatta la legge – denuncia Mario Puiatti, presidente nazionale dell’Aied (Associazione italiana per l’educazione demografica) e responsabile delle strutture di Udine e Pordenone – Oggi, invece, chi non è d’accordo semplicemente non deve fare la specializzazione in ginecologia». Lui è un pioniere, che prima dell’approvazione della 194 praticava già l’intervento «inviando una lettera di avviso alla Procura della repubblica. Non si poteva fare, eppure nessuno è mai venuto a controllare». Nel Nordest, continua, «il punto di debolezza è il tempo: gli ospedali, per esempio, vogliono le ecografie anche se non sono obbligatorie. La condizione psicologica delle donne viene completamente sottovalutata».

I diritti, conclude, «non piovono dal cielo, bisogna conquistarseli, se serve anche con la disobbedienza civile e poi lottare per mantenerli». (ad)

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