Dopo che venne pubblicato il resoconto dettagliato di ciò che era successo, centinaia di persone presero a modificare il loro racconto, un pezzetto per volta, finché alla fine non furono in grado di convincere gli altri, e se stessi, che avevano assistito all’intera scena, che avevano corso un grave pericolo, che si erano tenuti pronti a intervenire se ci fosse stato qualche problema. Ogni grande notizia crea folle di eroi immaginari.

Il termine della notte, di John D. MacDonald (traduzione di Nicola Manuppelli; Mattioli 1885) è un grandioso ed emotivamente inflessibile romanzo che anticipa di quasi un decennio la progressiva disillusione, tracimata nell’orrore, di molti giovani protagonisti dei favolosi anni Sessanta. È già tutto scritto, nero su bianco, dall’inizio: un secondino scrive una lettera a un ex collega per raccontargli l’esecuzione dei componenti del Branco di lupi, ossia un beatnik fallito, un’apatica ex modella, un gigante erotomane e un giovane di buona famiglia. I quattro hanno vagato per buona parte degli Stati orientali e centrali degli Stati Uniti, rubando, uccidendo, stuprando, in preda a un vortice di violenza, alimentato da pastiglie stupefacenti. La cattura porta alla pena capitale. Leggendo La famiglia, di Ed Sanders, ho ipotizzato che Charles Manson si sia ispirato al Branco di lupi per mettere in piedi la sua demenziale e folle comune del terrore.

John D. MacDonald sceglie gli appunti dell’avvocato difensore, una lettera iniziale di un attore secondario, il diario di un condannato a morte ed esterne cronache della fuga attraverso il punto di vista ottico di semplici spettatori al caos portato in giro dal Branco di lupi, per tessere una trama piena di colpi di scena. Sono molte le domande che il romanzo solleva. Fa riflettere su come una deviazione secondaria, apparentemente ininfluente, possa stravolgere la vita di ognuno di noi. Racconta la grande lotta americana tra il randagismo e lo stanzialismo, come il primo possa giungere, inaspettatamente, a distruggere, imbrattare, violentare, massacrare l’American Way:

Tutti noi, ognuno di noi, camminiamo molto vicini alle ombre, a strani luoghi oscuri, ogni giorno della nostra vita. Nessun uomo si trova in un posto completamente sicuro. Quindi è un segno di pericolosa spavalderia affermare di essere immuni. Nessuno può dire quando un evento casuale, una pura coincidenza, possono incidere su una persona quel tanto che basta per far sì che non si trovi più in un posto sicuro, e cominci così a camminare nell’ombra, verso cose sconosciute che sono sempre state lì, in attesa di divorarlo.

Il termine della notte è una delle migliori crime stories che abbia letto. Gli ultimi due paragrafi sono scritti in uno stile perfetto. Una chiusura magistrale. Una sottile e intelligente modalità di spiegare al lettore la fragilità della vita ordinaria. Possiede tutti gli ingredienti del genere (compresi il movimento, gli spazi americani e la feroce accusa al gossip) anticipandone altri: basti pensare che A sangue freddo di Truman Capote uscirà sei anni dopo il libro di MacDonald.

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