Ricordo il momento esatto. Ero in redazione, era sera. Su SkyTg24 compare il fascione dell’ultim’ora: Dolores O’Riordan è morta. Un secondo dopo, come da nostra routine, c’era già tanto da fare: pubblicare la notizia il prima possibile, continuare ad aggiornarla, aggiungere gallery, foto, post, tweet. I ricordi e il senso di quello che avevo appena letto erano sovrastati dalle urgenze del momento. Una volta finito il pezzo di cronaca, contattati i collaboratori per gli approfondimenti su di lei e sulla sua carriera, ho spento il pc e sono andata a casa. Mentre infilavo la giacca ero stordita. Ho camminato per un’ora mentre singhiozzavo e riascoltavo No need to argue. E allora sì, non ci credevo ma dovevo farlo. Non c’era più. Ragionavo sul perché fosse successo e mi dicevo che alla fine quel buio che attraversava da anni se l’era consumata pezzo per pezzo. Resta l’emozione dell’adolescenza, il brivido di una voce mai sentita prima, “che assomiglia a Sinead O’Connor“, mi dicevo, ma no, era diversa. Aveva un timbro tutto suo. I suoi testi parlavano di incertezze che erano anche le mie, e sentirle uscire da una voce che era un incanto mi convinceva che sì, erano profonde, ma che le sentivamo in tanti e potevo liberarle.

Il mio funerale laico per lei è durato giorni. Mi sono rivista tutte le interviste su YouTube e ho riascoltato anche i pezzi da solista. Mi suonano schizofrenici, bipolari. Non sento l’empatia di Everybody else si doing it, so why can’t we? e No need to argue, e neanche quella più sfumata di To The Faithful Departed o Bury The Hatchet. Senza i Cranberries Dolores era lontana da quello che di lei la mia generazione aveva amato, ma speravo che un giorno uscisse dal solco profondo dove era finita. Quelli da solista sono stati anni in cui si sentiva parlare di lei perché depressa, alcolizzata, in cura, con la schiena a pezzi, avanti e indietro dai tribunali per avere aggredito domestici, poliziotti e assistenti di volo. La musica restava sullo sfondo, o forse neanche.

Ho visto Bohemian Rhapsody e mi ha fatto pensare che forse chissà, un giorno faranno anche un film su di lei. Ma se il Freddie di Rami Malek si è permesso di essere superficiale e grossolano sulla persona, nel caso di Dolores non sarebbe possibile. Dopo No need to argue è iniziata la sua discesa agli inferi, che ha i suoi precedenti nelle violenze che lei ha subito e raccontato. In qualcosa di antico, che riconosceva di avere dentro da tanto tempo. E anche nel tour di quell’album la pressione psicologica era diventata insostenibile per lei. Immagino un film intimamente cupo nonostante i soldi e il successo, e la sua musica racconta già buona parte della trama.

Dolores sono le sue radici irlandesi, una croce al collo, l’orgoglio di avere una famiglia. E su questo nelle interviste a volte insisteva ossessiva, come a rivendicare di essere dalla parte giusta. La sua immagine, per ognuno di noi, è costruita nella suggestione del tempo. La ricordo coi suoi capelli cortissimi e biondo platino, coi vestiti sbattuti dal vento sulle scogliere d’Irlanda, con la sua fede d’oro al dito, spessa su mani piccole. La ricordo mentre canta di avere perso qualcosa di importante. Che non ha un nome, ma che non riesce più a trovare.

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