Fabrizio De André era un poeta? Fernanda Pivano diceva che il suo disco tratto dall’Antologia di Spoon River è superiore all’originale. Ma l’opera di Edgar Lee Masters ce la leggiamo nel libro. Ce la leggiamo con la nostra voce, alla velocità che ci consente di capirla. Non succede la stessa cosa per De André. In quella canzone ci sta la sua velocità. La musica che ci ha messo lui. Per questo mi fa sempre uno strano effetto sentire qualcuno che legge i testi delle canzoni come fossero poetiche solo le parole. Ho sentito declamare Battisti e De André, traduzioni da Bob Dylan e i Rolling Stones. Gli attori ci mettevano la loro voce, spesso tronfia, quella dei brutti spettacoli di teatro dove sulla scena si parla con parole perfette nella dizione e nella pronuncia, ma fredde come un bastoncino di Capitan Findus appena tirato fuori dal freezer.

“A tutti i poeti manca un verso” dice il proverbio e anche alle parole di De André manca se si mette in fila solo quello che scrive senza la sua musica, senza la straordinaria onestà e curiosità degli arrangiamenti con i quali sono state cucite le sue composizioni. E mancherebbe ancora un verso se ci dimenticassimo di considerare la sua voce.

Il suo primo grande successo, La canzone di Marinella, fu cantato da Mina. Chissà che De André avremmo conosciuto se avesse fatto soltanto l’autore, se avesse lasciato la sua poesia a interpreti senza contraddizioni, senza accenti sbagliati.

Ma un altro verso mancherebbe lo stesso. Quello dei suoi personaggi. Quelli che chiamiamo “ultimi” perché vediamo noi al posto dei primi. Gli emarginati perché noi ci sentiamo al centro del mondo.

E chissà cosa avrebbe cantato oggi che i padroni dell’Europa lasciano morire migliaia di poveri cristi in mezzo al mare. Cosa avrebbe detto dei Ponzio Pilato al governo che saltuariamente si gloriano di salvarne un centinaio? Di tutto questo è fatta la poesia di Fabrizio De André e noi, se vogliamo, abbiamo l’opportunità di sentircela tutta insieme.

Sappiamo però che verrà sezionata nel giorno dell’anniversario della sua morte. Quella poesia sarà ricantata e riarrangiata, stonata o intonata in una perfezione agghiacciante. Esistono anche tavoli anatomici virtuali. Sono utili per gli studenti di Medicina che possono sezionare immagini in grandezza naturale senza mettere le mani nella carne umana. Sono immagini di defunti veri, fatti a fettine di pochi millimetri digitalizzate e inserite in un software. Corpi sui quali il chirurgo si può esercitare entrando e uscendo dalla scatola cranica, togliendo e rimettendo i muscoli attorno alle ossa, tagliando e ricucendo infinite volte. Un corpo più vero del vero e più morto del morto.

L’undici gennaio io ascolto i suoi dischi. La voce e la musica, le parole e le vittime di questo mondo che ha raccontato. La poesia di quando era vivo.