di Giancarlo Boero

Sono trascorsi 20 anni senza di te. Vent’anni senza Fabrizio De Andrè. De Andrè amante del piacere e dell’amore. De Andrè voce di esclusi e puttane. De Andrè amico della vita e fratello della morte. Proprio lei, “Sorella Morte”, ti ha portato via troppo presto.

Quando la Morte mi chiamerà
forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento
quel che gli lascio in eredità
Il testamento, Volume VIII, 1968

In realtà, caro Fabrizio, col tuo testamento hai lasciato qualcosa di inestimabile a milioni di persone. Hai donato musica e parole indimenticabili. Hai regalato lezioni di vita. Hai insegnato ad amare gli sconfitti. Hai trasmesso ideali e valori che, prima di te, erano un tabù. Il mondo è molto mutato da quando te ne sei andato. Oggi più che mai avremmo bisogno del tuo pensiero, di un tuo consiglio su come interpretare e affrontare la società attuale, permeata da indifferenza, odio sociale, razzismo e individualismo.

Quali sarebbero le tue parole riguardo a un eventuale aiuto economico a coloro che non hanno niente? Cosa diresti di un decreto sicurezza volto a “proteggere” gli italiani dalla minaccia straniera, voluto da un ministro che si vanta di averti ascoltato e di aver imparato molto dai tuoi brani? Saresti soddisfatto di una legge anticorruzione che tenta di colpire sul serio quei numerosi colletti bianchi che delinquono e di cui tu eri orgoglioso di non far parte (“Quello che non ho è una camicia bianca”, Quello che non ho)? Quale posizione prenderesti sulla realizzazione di grandi opere come il Tav? Quale reazione avresti davanti al crollo di un ponte autostradale sulla tua amata Genova? Come commenteresti tu, da anarchico, la notizia di condanna di alcuni rappresentanti dello Stato che decisero di trattare con la mafia? E le azioni terroristiche rivendicate dall’Isis?

Non possiamo sapere se e quali risposte avresti dato, ma abbiamo le parole dei tuoi testi. Queste, se capite, sarebbero di grande aiuto a chi, senza tralasciare l’aspetto umano, deve governare sulle nostre vite. Attraverso le tue poesie è possibile contrastare il senso di abbandono diffuso tra chi, come me, cerca rifugio nelle parole degli intellettuali, molti dei quali hanno gettato la spugna o sono restii a esprimere opinioni per non essere massacrati dal mondo deviato del web.

Indro Montanelli diceva che “gl’intellettuali italiani che preferiscono aver ragione da soli piuttosto che torto con altri, sono pochi”. Tu sei stato uno di quei pochi. Ci manca la tua sensibilità, la tua critica pungente, il tuo pensiero illuminato, la tua voce fuori dal coro. Ci manca la tua straordinaria capacità di esprimere i sentimenti degli oppressi. Spesso molti uomini di potere azzardano nel chiamarti in causa a difesa di loro scelte politiche. Ma fortunatamente queste tue prese di posizione postume involontarie vengono smentite dalla tua amata Dori che, con grande energia e orgoglio, continua a diffondere e a difendere la tua arte.

Caro Faber, dicevi che “quando si muore, si muore soli” (Il testamento). È vero, ma il tuo caso è un’eccezione. Con te, cantore della morte e dell’amore che ad essa conduce (copyright Massimo Fini), è morto l’amico fragile degli ultimi. È morta una piccola parte di noi e, ora più che mai, ci sentiamo soli e avremmo bisogno delle tue parole.

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