La ricerca sui cambiamenti climatici al Nord del Circolo Polare Artico potrà avvalersi di una nuova struttura, nata dalla collaborazione di più istituzioni affiliate al governo russo. Il centro ospiterà decine di scienziati per l’intero arco dell’anno, contribuendo allo studio dei fenomeni atmosferici e meteorologici che hanno, negli anni, avuto un impatto drammatico sulle riserve di ghiacci presenti ai poli del pianeta. Un cambiamento che, contando le potenzialità economiche della regione, non sembra spaventare il Cremlino.

Chiamata “Polo Nord”, non illumina di originalità il nome della nuova stazione galleggiante autonoma che la Federazione Russa ha deciso di creare. Dopo mesi di voci insistenti, l’annuncio ufficiale della costruzione è stato lo scorso 20 dicembre in una cerimonia presso i cantieri navali dell’Ammiragliato di San Pietroburgo. I lavori dovrebbero terminare entro il 2020.

Per la prima volta una piattaforma galleggiante, totalmente autonoma, sarà costruita e inviata nelle acque artiche. Lunga 84 e larga 22,5 metri, “Polo Nord” ospiterà circa 14 membri dell’equipaggio e fino a 34 ricercatori, stanziati stabilmente sul vascello. Dal peso di oltre 10mila tonnellate, la piattaforma sarà capace di spostarsi alla velocità di circa 10 nodi in presenza di un “sottile” strato di ghiaccio.

Il Ministro dell’ambiente russo, Sergey Donskoy, si è detto fiducioso che la struttura possa resistere per oltre 25 anni al clima ingeneroso e le temperature spietate dell’Artico. Il carburante nelle sue stive darà allo scafo consentirò dai 2 ai 3 anni di totale autonomia.

Un investimento di circa 98 milioni di euro e la cui pianificazione risale almeno a 12 anni fa. A coordinare le ricerche saranno l’Istituto russo per l’Artico e l’Antartide e Roshydromet, il Servizio Federale per l’Idrometeorologia e il monitoraggio ambientale della Federazione Russa.

Secondo il direttore dell’Istituto per l’Artico e l’Antartide, Alexandr Makarov, la piattaforma verrà utilizzata per studi riguardanti geologia, acustica, geofisica e ambiente marino. Lo stesso Makarov ha sottolineato come ad oggi circa il 70% delle informazioni sui territori artici proviene da fonti russe. La stazione aprirà invece “una nuova pagina nella nostra storia polare” ha affermato Natalia Radkova, vice-direttrice di Roshydromet.

D’altronde, la tradizione di studi Artici in campo ambientale è riconosciuta da tempo nel paese. Basti ricordare che la prima stazione galleggiante negli oceani polari risale al 1937. Soltanto la crisi dell’Unione Sovietica e le peripezie dell’economia russa negli anni ’90 del secolo scorso, comportarono la chiusura di qualsiasi struttura di ricerca oceanica, negli anni compresi fra il 1991 e il 2003.

Recentemente è invece cresciuta l’esigenza di garantire ai ricercatori una maggiore sicurezza, visto il graduale assottigliamento dei ghiacci. Fino a pochi anni fa si era soliti stabilire nei mesi di settembre e ottobre una base su di una banchina di ghiaccio, abbastanza resistente perché potesse resistere sino alla primavera successiva. Il riscaldamento globale ha però comportato una minore robustezza di queste piattaforme naturali.

Nel maggio del 2012 un sottomarino nucleare russo, proveniente dalla base di Murmansk, aveva recuperato 16 scienziati, dopo che il ghiaccio su cui la loro struttura di ricerca era poggiata stava dando segni di cedimento. Fra il 2013 e il 2014 si decise addirittura di non tentare neppure la costruzione di una base artica fluttuante. Nel 2015 la piattaforma poté invece lavorare soltanto per 4 mesi.

Vladimir Putin ha più volte sostenuto il proprio scetticismo per quanto riguarda il contributo umano al riscaldamento globale. Durante il Forum Artico, tenuto nella città di Arkhangelsk nel 2017, il presidente russo aveva dichiarato che il cambiamento climatico era già evidente negli anni ’30 e che allora nessun fattore umano era presente. Il miglior modo per far fronte alla situazione è, secondo lo stesso Putin, sapersi adattare ai cicli naturali del nostro pianeta.

In controtendenza, lo scorso ottobre, durante una visita di stato in India, lo stesso Putin, insieme al primo ministro indiano Narendra Modi, avevano invitato la comunità internazionale a implementare l’Accordo di Parigi del 2015 e a fornire aiuto finanziario e tecnologico ai paesi in sviluppo, con l’obiettivo di migliorare le loro capacità di adattamento climatico.

Il supporto internazionale verso la promozione di un modello economico a basso consumo di carbone vive, nell’epoca attuale, segnata dal ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi deciso dal presidente Donald Trump, alcuni dei suoi momenti più complessi e angosciosi. Durante l’ultimo summit sul cambiamento climatico di Katowice, in Polonia, tenutosi nel dicembre scorso, Mosca e Washington, insieme a Kuwait e Arabia Saudita, hanno posto il loro sostanziale veto all’adozione del report del comitato scientifico internazionale che prevedeva gli effetti di un eventuale innalzamento delle temperature di 1,5 gradi centigradi. Era stata la stessa Conferenza, nel 2015, ad aver commissionato lo studio.

Sempre nel 2017 Putin, durante un’intervista alla televisione russa, prevedeva nel futuro un mare Artico sempre più sgombero dai ghiacci e aperto alla navigazione per molti mesi l’anno. La Russia, ha affermato allora il presidente, è pronta a collaborare con i Paesi stranieri le cui flotte sono intenzionate a percorrerne le rotte di navigazione e assicurare il funzionamento delle attività economiche qui presenti. Per far ciò la Federazione deve garantire la sovranità sugli stessi territori artici. Una parte del Paese che, per cause di forza maggiore, Mosca ha dovuto dovuto abbandonare nel passato.

Oggi, comprendere il futuro dell’Artico in termini climatici significa poter anticipare gli sviluppi futuri nella regione, di interesse strategico per il Cremlino.

Twitter: @Frank_Stones

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