Il 2018, nell’universo digitale, è probabilmente destinato a essere ricordato come l’anno dello scandalo di Cambridge Analytica e della riforma – sin qui mancata – della disciplina europea sul diritto d’autore. Ma il 2018 è anche l’anno con il quale, più che in passato, il mondo ha preso coscienza della relazione complessa, le cui regole sono tutte da scrivere, tra uomini e intelligenza artificiale.

La foto di Mark Zuckerberg che chiede scusa davanti al Congresso americano per la leggerezza con la quale Facebook si è preoccupata della privacy dei suoi oltre due miliardi di utenti, i meme che hanno invaso i socialnetwork nei giorni caldi della discussione a Bruxelles sulla nuova proposta di direttiva sul copyright e la struggente lettera di Gillian Brockell – novella mamma coraggio di un figlio mai nato ai giganti della profilazione online rei di aver preso nota della circostanza che aspettava un bambino ma non anche di quella che quel bambino non sarebbe mai nato – sono, probabilmente, i simboli, i momenti, le immagini più rappresentative di un anno nel quale il rapporto tra l’evoluzione tecnologica, le regole e la società è stato teso, difficile, controverso come in passato e forse di più.

1. Cambridge Analytica ha rappresentato il detonatore della più grande crisi economico-finanziaria e valoriale sin qui vissuta da Facebook, una crisi che ha visto il titolo del social network trascinato più in basso di sempre e i suoi vertici costretti a sfilare davanti a Parlamenti e Autorità di mezzo mondo per chiedere scusa e promettere di fare meglio e di più per proteggere la privacy dei propri utenti.

2. Il dibattito – a tratti surreale – ancora neppure concluso a Bruxelles attorno alla riforma delle regole europee sul diritto d’autore ha costituito l’ennesimo preoccupante segnale della drammatica prevalenza che i Governi – inclusi la più parte di quelli europei – continuano a attribuire, negli esercizi di regolamentazione, ai profili economici rispetto a quelli connessi con il rispetto dei diritti fondamentali degli uomini e dei cittadini. Perché, a prescindere dalla posizione di ciascuno sulla questione, ciò che è innegabile è che nel disegnare il nuovo diritto d’autore europeo, sin qui, ci si sia preoccupati più dei soldi che di diritti e libertà a cominciare da quella di parola, di informarsi e di informare.

3. E, infine, la lettera di Gillian e la sua storia hanno offerto una rappresentazione plastica della circostanza che manca qualcosa – e non è poco – agli algoritmi e alle intelligenze artificiali che, ormai, affollano il nostro quotidiano: l’umanità, l’etica, il rispetto di valori che trascendono la dimensione consumeristica dell’uomo.

Tre episodi, tre momenti di tensione tra società, regole e sviluppo tecnologico, tre occasioni preziosi, specie in un momento come la fine di un anno e l’inizio del successivo, per fermarsi un istante a riflettere, per fare un bilancio di dove siamo arrivati e condividere qualche speranza e qualche buon proposito per l’anno che sta per cominciare. Ciascuno dei tre episodi ha una morale e suggerisce un insegnamento.

1. Lo scandalo di Cambridge Analytica è stato “colpa” – anche se non in termini giuridici per quanto son qui è dato sapere – di Facebook. È vero ma nascosta dietro alla selva di indici puntati contro il gigante dei social network c’è un’altra verità più difficile da ammettere: quello che è accaduto in quell’episodio e in migliaia di altri analoghi episodi analoghi che, tuttavia, non hanno conosciuto la ribalta mediatica è anche (e, anzi, verrebbe da dire in buona misura) colpa nostra dello scarso valore che riconosciamo alla nostra privacy e della poca importanza che attribuiamo alle condizioni generali di contratto e ai termini d’uso dei servizi che ci vengono proposti online.

Siamo sempre più proiettati – e non da oggi – a usare ogni genere di servizio online e a farlo nello spazio di qualche secondo che, purché non ci si chieda un numero di carta di credito, accetteremmo ogni altro e diverso genere di clausola, previsione, disposizione contrattuale senza neppure leggerle. È una pessima abitudine e superarla, cambiarla, interromperla dovrebbe essere in cima alla lista dei buoni propositi del 2019. È una questione di educazione al digitale, di cultura dei nostri diritti, almeno quelli fondamentali. Dobbiamo imparare a resistere a quella che sembra ormai diventata la società dell’accetta e continua, quella nella quale svendiamo letteralmente i nostri diritti senza neppure rendercene conto, in modo inconsapevole, a colpi di qualche tap sullo schermo del nostro smartphone. Se falliamo in questo buon proposito, non ci saranno regole né Autorità in grado di poter garantire per davvero il nostro diritto alla privacy.

2. Il dibattito europeo sulla riforma delle regole del diritto d’autore ha un’altra morale e una lezione diversa: in tanti, in troppi, specie nei Palazzi dei decisori pubblici, nel corso della rivoluzione digitale, sembrano aver dimenticato che la finalità ultima del diritto d’autore non è garantire a qualcuno rendite di posizione o lauti profitti ma massimizzare la circolazione dei contenuti creativi e informativi. Inventare in laboratorio nuovi diritti connessi al diritto d’autore che non esistono in natura come nel caso del diritto all’indicizzazione e allo snippet e trasformare un intermediario della comunicazione – ovvero i gestori delle grandi piattaforme user generated content – in editori tradisce spirito e finalità della disciplina sul diritto d’autore e suggerisce una visione drammaticamente miope delle dinamiche di circolazione dei contenuti online.

Se il 2019 si aprirà con l’approvazione della direttiva sul diritto d’autore nei termini sin qui apparsi cari ai più a Bruxelles, l’anno inizierà con una sconfitta per tutti: i quattro soldi – perché alla fine di questo si tratterà – che pochi grandi editori riceveranno da Google e dai suoi pochi emuli non varranno a risolvere la crisi dell’editoria che ha origini ben diverse e necessità di ben altro genere di intervento e la Rete si ritroverà a fare i conti con un’informazione sempre meno pluralista – i piccoli editori saranno esclusi dai servizi di aggregazione e indicizzazione – e, soprattutto, sempre più povera di contenuti generati dagli utenti perché i gestori delle grandi piattaforme tenderanno a rimuovere, rimuovere, rimuovere pur di sottrarsi a ogni rischio di contestazione per violazione dei diritto d’autore. Basterà qualche anno della nuova disciplina per vedere trasformare Internet in una grande Tv.

Una candela accesa nella buia miopia diffusa a Bruxelles, in questo caso, è quella italiana: il nostro Governo, infatti, continua a tenere il punto e a suggerire di bloccare, almeno in questi termini e sotto questi profili, la corsa a una riforma del copyright il prima possibile e a ogni costo.

3. E c’è poi la storia di Gilian che è, forse, delle tre, quella che propone la lezione più preziosa: algoritmi e intelligenza artificiale possono essere, negli anni che verranno, i migliori alleati degli uomini per aiutarci a consegnare ai nostri figli una società migliore rispetto a quella che ci hanno lasciato i nostri padri. C’è però una condizione perché ciò avvenga, una condizione che non possiamo rischiare di non veder avverata: dobbiamo fare in modo che gli investimenti in algoritmi, intelligenza artificiale, big data e tecnologie capaci di trasformare i “pensieri artificiali” in azione vadano di pari passo con lo studio, la ricerca, l’approfondimento nell’etica, la morale, l’umanità dei robot. Tocca allo Stato orientare – ma verrebbe da dire educare – l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni al rispetto dei diritti umani e fare in modo che le macchine che verranno e con le quali condivideremo la nostra esistenza negli anni che verranno abbiano, by default, la cosa più simile possibile a un’anima e a un cuore.

Consapevolezza, libertà e umanità sono state, probabilmente, le grandi assenti del 2018 nell’universo digitale e c’è da augurarsi che diventino le grandi protagoniste del 2019.