Lo scrittore Amos Oz è morto. Aveva 79 anni ed era malato di cancro. A dare l’annuncio è stata una delle figlie, Fania, su Twitter: “papà è morto dopo un rapido deterioramento della malattia, durante il sonno, in pace, circondato dai suoi cari”. Oz è stato un gigante della letteratura israeliana, importantissimo e influente intellettuale di orientamento laburista nella politica del suo paese, celebre come scrittore e saggista in Occidente tra gli anni novanta/inizio duemila dopo l’affermazione del collega Abraham Yehoshua, tradotto in 44 lingue, pubblicato in italiano da Bompiani e soprattutto da Feltrinelli. Oz era nato a Gerusalemme nel 1939 ed era cresciuto nel kibbutz Hulda. A 12 anni dovette far fronte al suicidio della madre, poi dopo aver studiato filosofia e letteratura all’Università Ebraica di Gerusalemme, iniziò a pubblicare i suoi romanzi nel 1965, all’età di 26 anni. Nel 1960 il matrimonio con la moglie Nili, con la quale ebbe tre figli.

Prima di iniziare l’università Oz fece tre anni di servizio militare, poi tornò in servizio attivo al fronte sia nella Guerra dei sei giorni nel 1967 che in quella dello Yom Kippur del 1973. Fu proprio dopo la sua esperienza di guerra che adottò e formulò una posizione politica più moderata per la promozione di un dialogo di pace tra Israele e il popolo palestinese. Nel 1995 spiegò che il primo passo per la pace in Medio Oriente sarebbe stata “la costruzione di un monumento alla nostra reciproca stoltezza”. In tutti i suoi romanzi Oz ha sempre affrontato, in un approccio storico diacronico, spesso vagamente autobiografico, con una scrittura densissima forse più simile all’intricata concentrazione surreale alla Orhan Pamuk che al coevo israeliano più realistico Yehoshua, la mitologia politico-culturale israeliana del dopoguerra, dalla nascita post-Olocausto dello stato d’Israele ai nobili esperimenti dei kibbutz.

Nella ricca e ricorrente saggistica ha invece affrontato di petto la travagliata convivenza tra israeliani e arabi. In questo ambito sono diventati celebri diversi saggi che riguardano il fanatismo politico e religioso. Nel recente Cari fanatici (Feltrinelli, 2017) per far comprendere il proprio punto di vista su questo fenomeno antropologico ha spiegato più volte che le tre lettere pubblicate sul libro non erano rivolte solo ai fanatici religiosi più vicini al conflitto israelo/palestinese. Il fanatismo è “in ognuno di noi”, ha affermato, “è un punto esclamativo deambulante”: “Uno dei tratti più distintivi del fanatico è il suo fervido desiderio di cambiare te per renderti come lui (…) Il fanatico non vuole che ci siano differenze tra esseri umani. Lui vorrebbe che fossimo tutti come ‘un sol uomo’”.

Tra i sostenitori più autorevoli della “soluzione dei due Stati” per tutti gli anni settanta e ottanta, ha poi preso una posizione netta anti-Hamas, fino al recente (provocatorio) appoggio all’iniziativa turbolenta di Trump di trasferire l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme: “Ogni paese del mondo dovrebbe aprire la propria ambasciata a Gerusalemme, e allo stesso tempo ogni paese dovrebbe aprire la propria ambasciata a Gerusalemme Est come capitale del popolo palestinese”.

Oz è stato una colonna portante del partito laburista israeliano, tra i più vicini amici di Shimon Peres, per poi abbandonare questa formazione politica a favore del Meretz, partito più marxista/sionista. In Italia molti i suoi romanzi sono stati tradotti e pubblicati solo dopo il 2000. Il più importante e più letto titolo della sua decennale carriera di scrittore è probabilmente l’autobiografia Una storia di amore e di tenebra (2002), adattato poi al cinema da Natalie Portman, attrice e regista del film omonimo, nel 2015: oltre 100 anni di vita familiare che attraversa maestosa e allo stesso tempo in maniera intima, toccante e spiritosa la storia dello stato d’Israele, costruendo una lunga saga zeppa di personaggi politici e sognatori, di uomini d’affari e poeti.

Surreale e mirabolante invece quel Soumchi (2013), storia forse mai così idealmente avventurosa per Oz, di un bambino che vorrebbe esplorare l’Africa e i deserti ma che finisce per addentrarsi in uno scambio di oggetti, metafora di un graduale cambiamento di numerosi pregiudizi della sua giovanissima vita. Anche se nella sterminata bibliografia di Oz ci sentiremmo di ricordare un’opera riuscitissima, un titolo minore, apparentemente leggero e lontano, nella sua visione defilata dal dato storico reale, come sempre ci ha abituato. La fiaba D’un tratto nel folto del bosco (2007) dove si racconta della sparizione di tutti gli animali dal mondo degli uomini.

I due bambini, protagonisti del racconto, interpellano i genitori, che negano ogni possibile risposta. Ma questa verità, questo segreto nascosto, che spinge gli adulti a deridere i diversi pubblicamente, viene gradualmente svelato dalla determinazione dei bambini che dopo aver intuito dai ricordi di molti adulti le figure di animali che hanno abitato quel mondo si addentrano nel bosco, luogo sinistro e salvifico contemporaneamente, e comprendono finalmente l’importanza dell’altruismo e del valore etico della memoria. Un ultimo dato di cronaca: Amos Oz, un po’ come Philip Roth, è finito per almeno un decennio tra i tre, quattro nomi su cui hanno sempre puntato i bookmaker per il Nobel della letteratura. La fine però, come scriveva qualcuno, è nota.