Santo Stefano, boxing day. Sugli spalti un gruppo (più o meno nutrito, sempre difficile da stabilire: ma conta davvero?) di tifosi incivili, evidentemente contagiati dallo spirito del Natale che rende tutti più buoni, prende di mira il “negro” della squadra avversaria. L’arbitro (bianco) invece di sospendere la gara come da regolamento espelle il giocatore vittima dei cori razzisti. Opinionisti e commentatori vari, prima durante e dopo l’episodio, stigmatizzano i cori, certo, ma sempre sottolineando l’ingenuità del calciatore che non avrebbe dovuto reagir male e in fondo se l’è andata a cercare l’espulsione. Non è l’Alabama degli anni 30, ma l’Italia del 2018: benvenuti in Serie A.

È una descrizione un po’ romanzata e provocatoria di quanto è successo mercoledì sera in Inter-Napoli, ma neanche troppo. Bella partita, prima tempo ben giocato dai nerazzurri che però non trovano il vantaggio, ripresa in crescendo degli azzurri che però non sono mai pericolosi. Equilibrio totale. Spezzato da un episodio che cambia tutto: all’81’ Kalidou Koulibaly, gigante senegalese della difesa partenopea, fino a quel punto per distacco il migliore in campo, viene ammonito per un fallo tattico su Politano. Dagli spalti si alzano distintamente dei “buuu” nei suoi confronti, lui perde le staffe e applaude polemicamente, il direttore di gara Mazzoleni inflessibile gli mostra il cartellino rosso. A quel punto il Napoli rimasto in inferiorità numerica ripiega nella propria area, l’Inter riprende forza e coraggio, Spalletti inserisce anche Lautaro Martinez e proprio l’argentino segna a tempo scaduto il gol vittoria che cambia partita e campionato.

Il problema è che il successo dei nerazzurri, tutto sommato anche abbastanza meritato per quel che si è visto nell’arco dei novanta minuti, è stato deciso non da una giocata, ma dal razzismo. Non è del tutto chiaro a chi fosse rivolto l’applauso che è costato a Koulibaly l’espulsione: in presa diretta si ha la sensazione che lui alzi lo sguardo verso gli spalti e la sua sia una reazione soprattutto nei confronti dei beceri tifosi, come provano a spiegare subito i suoi compagni. Da un’altra inquadratura il gesto sembra invece indirizzato direttamente all’arbitro, e infatti lui stesso lì per lì non protesta più di tanto. La sostanza però non cambia: quel che è certo è che il difensore viene innervosito dai cori e tutto ciò non sarebbe mai successo se il direttore di gara avesse fatto il suo dovere. Sospendere la gara, “cacciare” i tifosi razzisti, non il giocatore vittima di razzismo.

Il regolamento lo prevede: avvertimento al pubblico, sospensione della gara con le squadre al centro del campo, eventualmente anche partita persa a tavolino. A San Siro non è stato fatto nulla o quasi: solo un avviso agli altoparlanti nel primo tempo, poi più nulla nonostante i cori continuassero e lo stesso Napoli avesse chiesto un intervento, come spiegato dall’allenatore Carlo Ancelotti. “Abbiamo chiesto alla Procura federale tre volte la sospensione della partita, Koulibaly si è innervosito, è normale. Solitamente è educato e professionale. Hanno fatto tre annunci ma niente di più”. Perché nel calcio italiano è così, si preferisce far finta di nulla. I precedenti del resto non mancano: dai cori che hanno perseguitato Balotelli per tutta la sua carriera alla storica protesta di Marco Zoro, calciatore ivoriano che stoppò un Messina-Inter nel 2005 per i buuu razzisti dei tifosi avversari. Da allora sono passati 13 anni e stiamo ancora lì.

Di questa triste giornata (che ci lascia pure un morto: non ce l’ha fatta il tifoso interista investito durante gli scontri prima della partita) restano le belle parole di Koulibaly (“Mi dispiace la sconfitta e soprattutto avere lasciato i miei fratelli! Però sono orgoglioso del colore della mia pelle. Di essere francese, senegalese, napoletano: uomo”) e  l’ennesima figuraccia per il calcio italiano. Magari adesso arriverà pure la squalifica per la curva nerazzurra che sarebbe solo una beffa visto e considerato che gli stessi ispettori federali non hanno fatto nulla nel corso del match. E poi ci sarebbe anche una riflessione più ampia: perché prendersela tanto col pallone, che è solo specchio di una società dove è sempre più comune prendersela con lo straniero? Ma questa è davvero un’altra storia.

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