“Non credevo molto a ciò che avevo letto dell’Estremo Oriente. Le cose io le conosco sempre vedendo, ascoltando, annusando, toccando. Non guarirò mai da questa curiosità esagitata. Mi sento ancora come quando da bambino andavo da Salinas a San Francisco, addirittura a cento miglia di distanza”. Così parlò John Steinbeck al rientro dal Vietnam, dove era stato nei primi sei mesi del 1967 – un anno e mezzo prima di morire, il 20 dicembre 1968 – per scrivere una serie di articoli apparsi sulla rivista Newsday (articoli raccolti in Vietnam in guerra. Dispacci dal fronte, traduzione di Rossana Macuz Varrocchi, LEG Edizioni).

Dai reportage scritti per il San Francisco News (I nomadi, pubblicato in Italia da Il Saggiatore, traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, con la postfazione di Cinzia Scarpino e un’appendice fotografica di Dorothea Lange), osservazioni di carattere socioculturale sulla vita dei “nuovi” migranti, non più stranieri venuti d’oltreoceano ma americani del Midwest, i cosidetti okies, americani di antico lignaggio, meno propensi ad aderire ai sindacati e a combattere battaglie politiche per la salvaguardia dei propri diritti in quanto già cittadini statunitensi, fino ad arrivare al resoconto privo di ideologia sulla vita quotidiana russa negli ultimi anni Quaranta (Diario russo. Con fotografie di Robert Capa, traduzione di Giorgio Monicelli, Bompiani), la ricerca sul campo e la forte componente realista imperniano tutta l’opera dell’autore californiano.

I nomadi

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“Le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. E le imprese e le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare”.

Nel mezzo, prima e dopo ci sono romanzi e saggi straordinari. La violenta satira sulla rispettabilità borghese di Pian della Tortilla; lo sciopero dei lavoratori stagionali e la perfetta verosimiglianza letteraria dei dialoghi di La battaglia; il vagabondaggio fisico ed esistenziale di due braccianti stagionali in Uomini e topi; l’odissea della famiglia Joad – metafora della trasformazione dell’intera nazione – sfrattata dalla sua casa e dalla sua terra, in marcia verso la California, lungo la mitica Route 66, in Furore; la visione puritana e fondamentalista dell’America profonda racchiusa in La valle dell’Eden. E in tutti una grande attualità, una viscerale capacità di svelare le ingiustizie e le debolezze dell’animo umano: “Il migrante è sempre parzialmente disoccupato. La natura della sua occupazione rende il suo lavoro stagionale e al tempo stesso lo priva delle qualifiche necessarie per i sussidi. In genere, il primo requisito per riceverli è la residenza. Ma per il migrante è impossibile ottenerla. Deve spostarsi per il Paese. Non può fermarsi abbastanza a lungo da stabilire la residenza, altrimenti muore di fame. Scopre quindi, al momento della richiesta, di non poter essere inserito nelle liste per i sussidi. Ed essendo ignorante, a quel punto si arrende”.

La grandezza della scrittura di John Steinbeck sta, a mio avviso, nel distacco con cui è riuscito a ritrarre personaggi emarginati e situazioni di profonda sofferenza, nonostante la compassione e la simpatia manifestata dall’autore per i diseredati. Secco, ermetico; altre volte al contrario maestro del dettaglio, capace di far trapelare le volgarità e le poetiche magiche della vita quotidiana grazie a dialoghi di grande effetto. Steinbeck rimane una figura gigantesca del Novecento. Uno dei migliori romanzieri statunitensi, e non solo. Un autore che a 50 anni dalla morte rimane di una contemporaneità spiazzante, grazie anche alla continua regressione sociale e culturale a cui stiamo sottoponendo il nostro mondo.