di Pippo Mascolino

Mancano poche ore alla prima della Scala (7 dicembre, ore 18), alla rappresentazione dell’Attila di Giuseppe Verdi, opera realizzata nel 1846 e marcatamente “politica”, a torto considerata minore e invece piena di tutti quei tesori verdiani contenuti poi nelle opere maggiori (NabuccoRigolettoTraviata). L’Attila è l’unica opera sul cui testo lavorarono ben quattro librettisti e che Verdi musicò senza conoscenza intera del libretto originale; il che non gli impedì di dipingere il re degli unni più come eroe positivo che negativo, di renderlo accattivante, estremamente umano e autorevole a dispetto di tutte le rappresentazioni storiche ferocemente negative del personaggio.

Dalla storia del protagonista Verdi trae gli aspetti più efficaci, forti e immediati per inserirli in un’opera piena di presenze della natura: natura umana (violenza della natura umana), natura psicologica (il sogno), natura che lenisce (l’alba che accoglie i profughi), collocando all’interno della natura, la costruzione del sovrannaturale. A mezzo di quest’opera, Verdi mette in scena un ribaltamento di prospettiva: il barbaro è il portatore di un pensiero politico raffinato, che parla di popolo, di giustizia, di anima, di Dio, diversamente da Ezio che è un corrotto e da Foresto che è un debole che ordisce intrighi. Interessante è il personaggio di Odabella, mentre facile è la riconduzione dei profughi che scappano da Aquileia (metà del V secolo) privi di tutto, al popolo italiano. L’opera al suo debutto si colloca nel pieno degli anni in cui i fratelli Bandiera furono assassinati e non è difficile intuire l’impatto emotivo che la rappresentazione ebbe sulle sensibilità patriottiche del tempo, diventando un fatto politico, oltre che un successo musicale.

Tra le fumanti rovine di Aquileia, città devastata e saccheggiata, Unni e Ostrogoti si apprestano a festeggiare la vittoria col proprio re, “dio della guerra”, quando ecco arrivare al cospetto di Attila il generale romano Ezio (Attila riconosce e rispetta il valore dei nemici), che subito gli dichiara di essere pronto a tradire il suo debole imperatore e stringere un patto che conduca Attila a regnare sul mondo ed Ezio stesso sull’Italia. L’unno rimane sdegnato per la viltà di Ezio ed offeso per la proposta, del tutto contraria ai suoi principi morali, ispirati a servire sempre lealmente la propria patria nel nome di Odino.

In questi pochi minuti di scena Verdi condensa un’intera tematica, impartendo attarverso l’Attila-Verdi una lezioni di etica al generale Ezio (ai politici italiani del suo tempo). Ezio arriva in scena e dice ad Attila: “Io ti lascio l’impero e tu mi dai l’Italia”; il re, con alto senso civico e con ben altra etica politica risponde: “Quando l’eroe più valido è traditor e spergiuro, ivi è perduto il popolo e l’aere stesso impuro, ivi è impotente il dio, ivi è codardo il re”; ovvero, quando un governante svende il proprio Paese, il proprio popolo, niente più ci permetterà di possedere un’identità e una memoria. Tanti sono i fatti della nostra contemporaneità che potrebbero ricordarci i tanti momenti di sfascio vissuti, in cui abbiamo pensato solo a noi stessi e ad arraffare, prevalendo il “chi se ne frega”: chi se ne frega del senso dello Stato, di essere comunità, di avere dei fratelli, di avere un senso civico, di avere rispetto verso le altre persone e, infine, verso noi stessi.

Verdi non fu mai un autore incline a cavalcare l’onda del facile consenso – siamo all’indomani dei moti del 1848 -, e sarebbe stato per lui facile prendere una figura mitizzata in senso negativo dalla storia per raccontare della lotta di liberazione di un popolo. Ma Verdi è un critico implacabile quando si rivolge alla sua società, riuscendo sempre a coglierne i lati più oscuri e a censurarli. L’opera di Verdi è un patrimonio culturale dell’umanità e la sua arte la simultaneità di tutte le arti, non passatempo ma arricchimento dell’anima, un tuffo nella memoria per riacquistare la nostra identità.