L’ultimo dei manovali o fattorini sapeva che l’ingegner Camillo meritava il rispetto non come ‘padrone’ ma come tecnico capace e capace organizzatore e tutore del lavoro altrui. Il fattorino sapeva che la distanza di classe o, se si preferisce, di censo e di cultura, non era invalicabile ai sentimenti, alle ragioni e esigenze umane. Allo stesso modo nessun operaio ha mai dubitato dell’autenticità delle aspirazioni democratiche del “padrone” Olivetti, e della legittimità del suo diritto di festeggiare con loro – come sempre fece – il 1° maggio.

Basterebbe solo questa affermazione di Libero Bigiaretti per inquadrare il capitale umano ancor prima che professionale di Camillo Olivetti. L’affascinante pioniere, come è stato giustamente definito, ancora oggi continua a essere modello, punto di riferimento per enucleare il concetto di laboriosità. Quel cantiere o ancora meglio quel laboratorio appunto dove sperimentare con coraggio il futuro. Quasi che nel suo agire guardasse oltre, lontano come un vero Linceo. E se il figlio Adriano è stato bravissimo a proseguire le orme del padre sino al punto di essere più conosciuto, Camillo rappresenta quel faro capace di illuminare a breve e a lunga distanza.

Molto più di una fabbrica questo cognome entrato nella mitologia industriale e sociale. Quando l’America era l’Italia si potrebbe dire. L’eccellenza al servizio del Paese. Un Paese che sarebbe stato certamente diverso se i germi del saper fare fossero stati virali al punto tale da contagiare le più disparate realtà territoriali. Dall’intuizione di uomini visionari come gli Olivetti si poteva davvero fondare una Repubblica sul lavoro attento “ai sentimenti, alle ragioni e esigenze umane”. In tutto questo, come è stato precisamente osservato ”Camillo emerge come sempre prepotente e geniale, immerso nelle culture di minoranza che gli hanno suscitato la non comune capacità di leggere la realtà in modo autonomo e anticonformista. Aperto ai mondi diversi dal suo fin da giovanissimo, generoso e permeato da un senso di giustizia e di responsabilità profondo, che gli permette di superare prove difficilissime senza mai dimenticare le persone che gli stanno attorno e che a lui fanno riferimento”.

Eppure la sua vita contiene episodi che grazie alla straordinaria tenacia non hanno inciso sulla grandezza del progetto olivettiano: vittima delle leggi razziali fu privato della possibilità di dirigere la sua azienda, spogliato del passaporto. Ali tarpate all’intraprendente e antifascista Olivetti per metterlo a tacere e per impedirgli di produrre quelle macchine geniali che avrebbero conquistato tutto il mondo con l’immediata identificazione di un marchio vincente. Ma ci sono idee talmente forti che non si possono fermare. E anzi più si fermano e più si diffondono. Ormai Camillo aveva avviato un “meccanismo” virtuoso così bello da spiccare il volo attraverso quelli ali liberate dal pensiero universale e sapientemente raccolte dal figlio Adriano – che con il proprio bagaglio carico di umanità e di cultura aperta allo sviluppo sociale – ha ulteriormente trasmesso questa universalità, ancora attualissima.

Basta leggere le motivazioni che si rifanno al IV criterio individuato dal Centro del Patrimonio Mondiale dell’Unesco – con le quale il sito “Ivrea Città Industriale del XX secolo” è stato inserito nel luglio 2018 nella World Heritage List:“La città industriale di Ivrea è situata nella regione del Piemonte e si sviluppò come sede della Olivetti, azienda produttrice di macchine da scrivere, calcolatori meccanici e computer. Comprende una grande fabbrica ed edifici progettati per servire l’amministrazione e i servizi sociali, oltre a unità residenziali. Progettato dai maggiori urbanisti e architetti italiani in larga parte tra gli anni Trenta e Sessanta, questo insieme architettonico riflette le idee del Movimento Comunità. Ivrea, modello di progetto sociale, esprime una visione moderna delle relazioni tra produzione industriale e architettura”.

Visione moderna, del fine inventore Camillo nato in questa città oggi “riconosciuta” universale proprio come il suo pensiero. Egli lascia questa terra nel terribile 1943 , il 4 del mese di dicembre. La sua è una storia dal fascino letterario e dagli aspetti degni della migliore sceneggiatura per una pellicola sulla sua incredibile vita da concreto riformista. Al suo funerale, sfidando la bruttezza e la crudeltà della guerra parteciparono quei manovali, quei fattorini che hanno ammirato questo “padrone “ dal volto umano perché loro, gli ultimi, per Camillo erano sempre al primo posto.