“Ogni tanto penso che l’80% delle persone che hanno fatto il 90% dei pensieri che sono qui, sono morte. Ci sono i libri di Tolstoj, ma lui non è qui”, dice Daniel, scrittore in crisi, alla sua amante Jules, nel quarto episodio (il più bello, sceneggiato da Matthew Weiner, creatore di “Mad Men”) della serie “The Romanoffs”, ora su Amazon prime. E Jules risponde: “Nessuno di noi sarà qui. Ma alcuni lasciano qualcosa di più. Nel frattempo daresti qualsiasi cosa per essere Tolstoj”. La scena si svolge nella leggendaria libreria The Strand nell’East Village di Manatthan, il cui slogan è “18 miglia di libri”. A Daniel quelle miglia di libri sembrano una galleria funebre, una Spoon River di tombini letterari senza voce. Ma quello che gli sembra un cimitero di libri, Daniel lo sa perché è uno scrittore, risorge magicamente nell’incontro con il lettore, che riporta in vita il libro ogni volta che lo prende in mano, e leggendolo lo anima facendolo vivere di luce propria.

In realtà i libri sono incontri d’amore tra vivi. E quando un libro, a sua volta, ce lo ricorda, è sempre da salutare con piacere e da considerare meritorio, di questi tempi. Così è infatti dell’ultima fatica letteraria di Massimo Recalcati, A libro aperto. Una vita è i suoi libri, edito da Feltrinelli, in cui non mancano pagine felici. Lo psicanalista lacaniano apre il suo saggio con una citazione di Jean-Paul Sartre: “Per molto tempo ho preso la penna per una spada: ora conosco la nostra impotenza. Non importa: faccio, farò dei libri […]. È un prodotto dell’uomo: egli vi si proietta, vi si riconosce; questo specchio critico è il solo ad offrirgli la sua immagine”.

Intorno a questa idea forte ruota il volume di Recalcati, che tenta di rispondere a domande basilari: cosa significa leggere e qual è il mistero dell’esperienza della lettura come incontro. Un incontro fortunato, in cui “il lettore trova nelle pagine anche pezzi di sé stesso”. La morale è che una vita “è fatta in fondo dei libri che l’hanno letta. Raccontare i libri che abbiamo amato significa raccontare la nostra vita, perché una vita è i suoi libri”. E così Recalcati, attraverso il racconto dei capolavori che più ha amato, ci racconta la sua, di vita, e la sua formazione. Soprattutto dei libri letti in età giovanile, perché, come diceva Pier Paolo Pasolini nello struggente ricordo delle bancarelle della libreria Nanni di Bologna, sotto il Portico della Morte: “A quindici anni ho cominciato a comprare lì i miei primi libri, ed è stato bellissimo perché non si legge mai più, in tutta la vita, con la gioia con cui si leggeva allora”.

I libri importanti della vita di Recalcati. Sono nove: l’“Odissea” di Omero, “Il Vangelo di Matteo” (non Renzi, state tranquilli), “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern (forse le pagine migliori del libro, nella lettura che ne fa Recalcati come di un inno alla resistenza umana contro il destino) “La nausea” di Jean Paul Sartre, “Essere e tempo” di Heidegger, “Al di là del principio di piacere” di Freud, “L’idiota della famiglia” di Sartre, gli “Scritti” di Jacques Lacan e “La strada” di Cormac McCarthy. Li interroga come fossero una cosa viva: ma questo avviene sempre in un dialogo, fatto di parole e soprattutto di silenzi.

Una parte importante dell’incontro coi libri è il momento del silenzio. Conversare vuole dire anche saper stare in silenzio, cioè in ascolto. L’italianista Ezio Raimondi, nelle sue lezioni bolognesi sulla lettura, diceva che saper leggere è questione di silenzio, ossia di saper ascoltare. Si legge non per leggere ma per imparare qualcosa di noi. Diceva anche che la vera lettura è la seconda che si fa di un testo, perché si entra in familiarità con il libro nel tempo. Chi pretenderebbe di conoscere una persona al primo incontro?

Così anche le letture di Recalcati cominciano in età giovanile ma durano ancora oggi, in continue riletture che si muovono in una doppia direzione: “Quando leggiamo un libro possiamo fare l’esperienza di sentirci nello stesso tempo letti dal libro che leggiamo. Sicché impariamo qualcosa di chi siamo, perché noi stessi in fondo siamo un libro che attende di essere letto”, il che vuol dire che il libro ci trasforma, agendo su di noi e cambiandoci.

E’ un soggetto attivo, in grado di operare un taglio profondo nella nostra esistenza: c’è un prima e un dopo nell’incontro con un grande testo. Il dialogo con gli autori nella lettura continua a volte per l’intera esistenza. E così tutta la vita di un lettore diventa citazione dei libri letti, nella polifonia delle voci che ci hanno parlato attraverso le pagine. Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, nel suo capolavoro Finzioni, citando il filosofo statunitense Ralph Waldo Emerson, scrive: “The life itself becomes a quotation”. La vita stessa si muta in una citazione; cioè alla lunga tutto il nostro passato è come tra virgolette. “Se penso al passato penso soprattutto ai libri che ho letto”. Quindi i libri come parte dell’esistenza, non come surrogato. Il libro come essere umano. Il discorso sull’ambivalenza dialogica della scrittura e della vitalità dei libri ha precedenti importanti negli scritti di Julia Kristeva, linguista, psicanalista e filosofa bulgaro-francese.

Sulla rivista “Critique”, già nel 1967, parlando di Michail Michajlovič Bachtin, filosofo del linguaggio e formalista russo, scrive che la lettura implica il tema dell’alterità del testo, in un rapporto in cui “io” sono due entità contemporaneamente: ciò che dice il testo e me stesso. Nel definire il libro, Massimo Recalcati va addirittura più in là, utilizzando tre metafore: il libro è un coltello; il libro è un corpo; il libro è un mare. Tre immagini efficaci, nel ricordarci che il libro non è affatto un oggetto privo di vita propria, ma può entrare nel profondo di quella di ognuno di noi e rivivere nelle nostre parole, nelle continue citazioni, in un dialogo che non si interrompe e che può durare una vita intera (come l’amore, forse) cambiandola in meglio. Perché, ha scritto Ennio Flaiano, “un libro sogna – esattamente come l’uomo – Il libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni“.