“Io e due compagni Mario Valli e Vittorio Macioci abbiamo attraversato l’Oceano Pacifico dal Perù all’arcipelago delle Tuamotu nella Polinesia, a bordo di un battello pneumatico (nda, gommone). Sono quattromila miglia e 70 giorni di navigazione. Mai nessuno prima d’ora aveva tentato un’avventura del genere. È veramente l’impresa di mare più incredibile di questi ultimi anni. Siamo partiti il 3 giugno (1969). Un rimorchiatore della Marina peruviana ci ha portati a novanta miglia dalla costa, davanti a Callao. Il “Celeusta”, il nostro canotto di gomma è lì sotto e continua a sbattere contro la fiancata sinistra”

Questo è l’incipit di un reportage che venne pubblicato nell’estate del 1969 dalla rivista Epoca e scritto da Sergio Croci, uno dei protagonosti o meglio “sopravvissuti” a questa incredibile impresa affrontata forse con un po’ di leggerezza, alla ricerca di una “gloria” che poi non arrivò. Scrive, infatti, Mario Valli al termine del suo diario di bordo: “Questo viaggio mi ha insegnato molto. Sono adesso un marinaio e un navigatore, posso veleggiare con sicurezza, e ho anche scritto un libro. E conosco il cielo. E sarò rispettato, gradito, amato e ricercato: la mia opinione sarà richiesta e ascoltata, mi pagheranno da bere e vorranno stare con me. Le donne mi scriveranno: so che tutto ciò succederà, forse anche solo per un po’”.

In realtà non accadde quanto sperato, l’impresa fu presto dimenticata e i protagonisti, abbandonato il gommone dopo l’arrivo alle Tuamotu, non si rividero mai più. L’esperienza di bordo durata 90 giorni tra capodogli, squali, tempeste, piaghe da decubito (i tre marinai non riuscivano a stare neppure in piedi sul gommone), la fame (i viveri e l’acqua scarseggiarono) li mise a dura prova.

La storia è tornata alla ribalta perché un nipote di Mario Valli, Giannetto Valli a ben 43 anni dall’impresa ha raccolto le memorie dello zio e le ha trasfuse in un libro Celeusta. Sotto la coda dello scorpione corredato da immagini e filmati d’epoca (Sergio Croci era, infatti, un cineoperatore) che sono racchiusi in un dvd allegato alla pubblicazione da cui emerge con forza questa straordinaria avventura e ciò che ne seguì. Ovvero quasi nulla. Perché non ci furono sponsor o grandi marchi a chiamarli come testimonial come era avvenuto, invece, per navigatore norvegese Thor Heyerdhal che aveva compiuto lo stesso tragitto a bordo del Kon-tiki una zattera di legno di balsa che partì per dimostrare che i primi abitanti della Polinesia arrivavano dal Perù. Se lo trovate leggete il suo libro Kon-Tiki.

Forse i tre intrepidi navigatori avrebbero avuto più riscontri e successo oggi con i moderni social, ci si sarebbe certamente appassionati a seguirli giorno per giorno su Facebook o Instagram. L’impresa si potrebbe ripetere. Chissà!