A qualcuno deve essere sembrata una buona idea: premiare i meritevoli, incentivare lo studio, dare valore al talento. E così nel disegno di legge di Bilancio nasce il “bonus eccellenze”: uno sconto di 8mila euro per l’impresa che assume laureati in corso con 110 e lode con meno di 30 anni e dottori di ricerca entro i 34 anni. Sulla base dei numeri disponibili, i potenziali aventi diritto sono 60mila e le risorse basteranno per 6mila: vengono stanziati 50 milioni di euro per il 2019 e 20 milioni di euro per l’anno 2020.

Finalmente una misura che premia il merito? No, la dimostrazione di quanti danni può fare quell’ideologia schiettamente di destra che si è diffusa persino tra Lega e M5s. Il risultato è chiaro anche al profano: si sussidiano le assunzioni di chi ha meno problemi a trovare lavoro, cioè i laureati più bravi e i dottorati. In pratica questo non è un aiuto ai giovani talentuosi, ma un sussidio non richiesto alle imprese.

Si può anche obiettare che è bizzarra l’idea di dover sostenere un laureato con 110 e lode fino ai suoi 30 anni. Se si laurea con il massimo dei voti, si suppone che trovi un posto poco dopo la fine dell’università e che quindi, cinque o sei anni dopo, abbia già una carriera ben avviata e se la cavi da solo. Invece, paradosso, lo si aiuta al massimo a cambiare lavoro. Idem per i dottori di ricerca che, per quanto possa durare il loro dottorato, se a 34 anni hanno ancora bisogno per essere assunti in azienda (discorso diverso per la carriera accademica) c’è qualcosa di strano.

La vera meritocrazia sarebbe permettere a tutti di avere le stesse opportunità, non applicare in modo un po’ troppo letterale la citazione evangelica “a chi ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”.

Purtroppo la politica italiana sembra avere le idee confuse sulle priorità quando si tratta di istruzione superiore, forse perché così pochi politici sono laureati. Anche quelli di Liberi e Uguali, in campagna elettorale, erano convinti che fosse di sinistra abolire le tasse universitarie, mentre sarebbe stato un beneficio nullo per gli studenti non abbienti (che hanno borse di studio) e un regalo inutile e iniquo a chi ha genitori in grado di pagare tasse molto più elevate di quelle attuali. E questo spreco sarebbe stato pagato dalla fiscalità generale, cioè anche da quegli italiani a basso reddito e bassa istruzione che i figli all’università non li mandano.

Questo governo ha anche confermato il bonus da 500 euro per i 18enni: altri soldi buttati, ben 264 milioni in un anno. Non tutti i 18enni sono uguali, alcuni hanno bisogno di aiuto, altri no. Ma forse qui c’è un recondito messaggio educativo: appena raggiungono l’età del voto ricevono la loro prima mancia distribuita a pioggia. Così iniziano a capire la logica che ha prodotto quel gigantesco debito pubblico che schiaccerà tutta la loro vita da cittadini adulti.

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