di Angelantonio Viscione

Come dimostra lo scontro sulla manovra economica italiana, le previsioni di grandi istituzioni – inclusa la Commissione europea e il nostro Ministero dell’economia – sono oggetto di aspre controversie. I modelli economici mainstream hanno infatti commesso importanti errori di previsione, soprattutto durante questi anni di crisi.

Dinanzi alle evidenze empiriche raccolte durante gli anni della crisi economica, gran parte degli economisti appartenenti a scuole di pensiero mainstream ha dovuto ammettere che le ricette di politica fiscale suggerite dai propri modelli economici si sono rivelate a dir poco inefficaci. Ci riferiamo, in particolare, alle teorie d’ispirazione liberista secondo cui l’intervento dello Stato nell’economia dovrebbe ridursi al minimo e la politica monetaria dovrebbe mirare solo al controllo dell’inflazione.

In questo saggio vedremo brevemente quali sono le caratteristiche principali del modello teorico oggi dominante e, a titolo d’esempio, analizzeremo una proposta di sua rivisitazione apparsa sulla prestigiosa Oxford Review of Economic Policy a firma di due economisti mainstream esperti di politica fiscale, Christopher Allsop e David Vines. Il nostro scopo è capire qual è la direzione verso cui si muove il pensiero economico dominante e, allo stesso tempo, cercare di capire se i ripensamenti in seno all’economia mainstream possano essere considerati sufficientemente adeguati ad affrontare le crisi economiche.

1. Il nuovo consenso in macroeconomia

Il paradigma teorico dominante viene spesso definito come “nuovo consenso in macroeconomia” e va a combinare ipotesi di ispirazione neoclassica come l’ottimizzazione temporale, le aspettative razionali e il real business cycle con le ipotesi neokeynesiane di concorrenza monopolistica, di vischiosità dei prezzi e di centralità del ruolo di stabilizzazione della politica monetaria. Una versione estremamente semplificata del modello del nuovo consenso in un’economia chiusa prevede un sistema di tre equazioni:

y – y* = f(r)
p = g(y – y*)
r = h(p – pT)

Nella prima equazione y – y* rappresenta l’output gap, ossia la differenza tra l’output effettivo y e l’output potenziale y*. Quest’ultimo indica il livello che raggiunge l’attività economica quando tutti i fattori impiegabili nel sistema produttivo vengono impiegati e, nella visione mainstream, è legato a dinamiche dell’offerta (shock della tecnologia e della produttività ad esempio) e non viene influenzato da variazioni dal lato della domanda (si parla infatti di output potenziale supply-determined).

Come mostreremo più avanti, però, il concetto di output potenziale è parecchio controverso. L’equazione spiega che l’output gap (y – y*) è essenzialmente funzione inversa del tasso di interesse reale r. Se ad esempio r si riduce, gli investimenti sono più convenienti e il risparmio più costoso: la spesa del settore privato in consumi e investimenti cresce, y cresce e (y – y*) si riduce.

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