(foto © Mark Power/Magnum Photos)

 

Ultimi giorni, a Milano, per visitare una singolare e interessante mostra fotografica dal titolo Home (presso Galvanotecnica Bugatti, via G. Bugatti 7). I fotografi, e quelli che si dedicano al reportage in particolare, hanno una casa? Qual è, dove sta? Sembra una domanda marginale, viceversa è centrale perché, riformulata, corrisponde al domandarsi fino a che punto e in che modo un reporter possa realmente vivere una sua dimensione privata. “Fotografare è una maniera di vivere”, affermava Henri Cartier-Bresson, dunque può sembrare che l’unico vero matrimonio per un fotografo sia quello con la sua macchina fotografica, e che l’unica sua casa possibile sia il mondo.
Qualcosa di vero in tutto questo c’è, ma è una visione forse un po’ troppo romantica.

Certo, la natura nomade e un po’ anarchica del fotografo di reportage lo rende spesso poco docile e poco incline a un tipo di vita domestica con la spesa del sabato al supermercato dietro casa, ma il “senso di casa”, proprio per questo, è in lui ancora più forte e necessario. Dunque la mitica agenzia Magnum, che da tempo abbraccia anche progetti al di là dei confini del fotogiornalismo classico, ha chiesto a 16 dei suoi membri (in collaborazione con Fujifilm) di mostrarci cosa, quali luoghi, oggetti, atmosfere, luci, facciano affiorare quasi proustianamente, alla loro mente girovaga, la visione di un porto sicuro, l’abbraccio di una certezza affettiva, il ricordo rassicurante di un luogo dell’anima.

(foto © Alex Majoli/Magnum Photos)

Cosa viene fuori, in definitiva? In primis una cosa ormai talmente trascurata che non ci si pensa più e il non pensarci più genera mostri: ovvero che la qualità fa la differenza. Capita di vedere ovunque lavori fotografici di rara sciatteria, poveri, deboli e fragili, con l’alibi di una fotografia genericamente concettuale, che tutto accetta perché il mondo va così, veloce e superficiale come i social, dimenticando che – scrisse Elio Petri – “l’ultima linea di resistenza è quella di fare bene le cose”. Anche in fotografia, va sottolineato.

Il progetto Home ci dimostra proprio questo: il come è a volte più importante del cosa. L’acutezza della capacità visiva e visionaria di questi grandi autori consente loro di lavorare anche in maniera laterale mantenendo però un livello molto alto di qualità, di consapevolezza, di lucidità e di passione per la vita. Questi fotografi, che per mestiere viaggiano, hanno fatto qui un viaggio interiore: chi dentro una stanza, chi in una loro “casa” immaginata a migliaia di chilometri. Occhi con le gambe, cuori con le ruote.

(foto © Chien-Chi Chang/Magnum Photos)

 

Viene in mente, per associazione d’idee, quello che è stato forse il più nomade tra i fotografi italiani, viaggiatore nel dna, il grande Mario Dondero non a caso soprannominato Donderoad; ebbene, scherzando ma neanche troppo, diceva che come città di residenza definitiva dopo una vita di spostamenti aveva scelto, per via del nome, di abitare a Fermo.

In definitiva, cos’è la casa per un fotografo? Cosa rappresenta? I fotografi della Magnum hanno dato, attraverso le immagini, la loro risposta, e ogni approccio individuale è diverso dagli altri, ogni serie di foto induce una specifica riflessione. Ma cosa unisce e riunisce tutti, pur così differenti, oltre all’alto livello qualitativo? Forse potremmo azzardare questo: non il mondo – come sembra evidente – ma la macchina fotografica è la vera casa del fotografo; è con lei che egli instaura il più intimo dei rapporti, è lei il rifugio, è lei il fuoco acceso. Nulla di feticistico in questo, beninteso, piuttosto una “coperta di Linus”, con tutti i suoi risvolti psicologici.

Uno degli aforismi sulla fotografia che ho scritto nel mio stravagante libro “55 fotograforismi” (si perdoni l’autocitazione) dice così: “Bisogna sostituire spesso la propria macchina fotografica perché non venga a sapere troppo di noi”. Un po’ nomade, anarchico e senza casa anche quando cambia l’attrezzo del mestiere, il fotografo?

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