di Valeria Gritti*

Recentemente è tornato di attualità il dibattito sulla chiusura di supermercati e centri commerciali nei festivi. Tante le voci critiche che si sono levate contro questa proposta. Nessuna di queste coglie, tuttavia, un punto fondamentale della questione: non si considera il fatto che, ancora oggi, la domenica è il giorno di riposo per la maggior parte dei lavoratori ed è importante che il giorno libero sia lo stesso per tanti, perché quel giorno non serve solo a riposarsi, ma anche a godere degli affetti e della condivisione di esperienze ed emozioni con i propri cari, siano famigliari o amici.

Vi sono certo anche altri settori nei quali i lavoratori sono costretti a prestare la propria attività lavorativa nei festivi. Va, tuttavia, operato un significativo distinguo tra quelli che sono servizi essenziali, servizi per il tempo libero e un supermercato o un centro commerciale. Se dei primi non si può fare a meno, perché una loro sospensione metterebbe a rischio diritti fondamentali delle persone quale quello alla salute, alla sicurezza, alla libera circolazione, e se i secondi trovano la loro ragione d’essere nella domanda di intrattenimento durante il tempo libero delle persone, lo stesso non si può certo sostenere rispetto a supermercati e centri commerciali, dei quali si può ben fare a meno un giorno a settimana senza grossi disagi.

Passando alla disamina delle critiche, secondo molti l’imposizione per legge della chiusura festiva causerebbe un danno al profitto di quelle attività, con conseguenze negative anche sull’occupazione del settore. Tuttavia, dal decreto Monti, che nel gennaio del 2012 ha liberalizzato il settore, non si è registrato un incremento del fatturato delle catene di supermercati in Italia. In compenso, diversi marchi della grande distribuzione hanno avviato processi di ristrutturazione aziendale che hanno portato a consistenti esuberi di personale.

Del resto, la domanda dei consumatori non cresce con l’allungamento della fascia oraria di disponibilità dei prodotti, ma dipende da altre variabili, come il prezzo e la qualità dei prodotti. In effetti, il volume degli acquisti non è cresciuto, semplicemente è stato spalmato anche sul settimo giorno di apertura e negli orari serali e notturni dei supermercati aperti h 24. Se da un lato il fatturato non cresce, aumentano tuttavia i costi di gestione dei punti vendita (maggiore costo di personale ed energia necessari per garantire aperture così prolungate).

Altri rilievi critici riguardano l’imposizione per legge delle chiusure festive, che viene letta come un’ingerenza dello Stato a scapito della libertà di impresa, un’invasione di campo ai danni della concorrenza tra privati, che devono essere lasciati liberi di decidere in autonomia cosa convenga loro fare. Ma a ben vedere – e allo stato attuale delle cose – se una catena decidesse unilateralmente di chiudere i festivi per contenere i costi di gestione, avrebbe un danno economico causato principalmente dalla concorrenza di quegli esercizi che, rimanendo aperti, in quei giorni mangerebbero anche la sua fetta di mercato. Per questo, se si vuole invertire la rotta, è necessario un intervento del legislatore, perché la libera iniziativa dei singoli non è, nei fatti, un’opzione disponibile.

C’è anche chi sostiene che la vera battaglia da combattere sia quella per maggiorazioni che compensino adeguatamente il disagio, presupponendo che il lavoro festivo sia comunque sempre prestato su base volontaria. Tuttavia, nel settore della grande distribuzione, il lavoro domenicale è quasi sempre nella totale disponibilità del datore di lavoro, che lo impone ai propri dipendenti unilateralmente, grazie a numerosi strumenti di legge che glielo consentono.

Gran parte dei turni domenicali è coperta da lavoratrici part-time, che in questo settore costituiscono una buona fetta della forza lavoro. Grazie al ricorso alle clausole elastiche e flessibili, che consentono al datore di lavoro di modificare unilateralmente la distribuzione dell’orario settimanale dei dipendenti, è su questa platea di lavoratrici, soprattutto, che grava il peso di turnazioni imposte dalle aziende, che influiscono pesantemente sulla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro.

È, altresì, possibile per un supermercato ricorrere a lavoratori in somministrazione, assunti da agenzie per il lavoro di settimana in settimana per coprire i turni della sola domenica. Contratti giornalieri sono all’ordine del giorno nella grande distribuzione, soprattutto da quando il c.d. decreto Poletti ha eliminato l’obbligo di causale per giustificare le assunzioni a termine. Se queste norme legittimano il datore di lavoro a imporre unilateralmente ai propri dipendenti la turnazione sulla domenica, non si può tacere dei comportamenti scorretti adottati da troppi datori di lavoro, che fanno leva sul ricatto al quale sono sottoposti i dipendenti per effetto di norme che hanno significativamente modificato il diritto del lavoro, rendendo più fragili i lavoratori (contratto a chiamata, contratto a tutele crescenti, contratti a termine a-causali, ecc.) e che hanno avuto come effetto la creazione di un esercito di riserva di lavoratori senza tutele, costantemente sottoposti al ricatto della perdita del posto e per questo impossibilitati a far valere i propri diritti in costanza di rapporto di lavoro.

Un lavoratore con il contratto in scadenza può davvero opporsi al datore di lavoro che lo vuole in turno ogni domenica? Può un dipendente rifiutare di prestare la propria attività lavorativa la settima domenica di fila, se sa che il massimo che potrà ricavare a titolo di risarcimento per un licenziamento illegittimo è una manciata di stipendi? E se è vero che la stragrande maggioranza dei contratti di lavoro intermittente non prevedono l’indennità di disponibilità del lavoratore e, quindi, l’obbligo di risposta alla chiamata, non è difficile immaginare che chi rifiuta il turno della domenica non verrà più richiamato a lavorare.

* Ho iniziato a lavorare presso l’Ufficio Vertenze Intercategoriale della Camera del Lavoro di Milano nel 2006, dopo aver conseguito il Master Europeo in Scienze del Lavoro presso l’Università Statale di Milano. Dal dicembre del 2011 lavoro presso l’Ufficio Vertenze della Camera del Lavoro di Torino, la mia città, dove da qualche anno mi occupo anche di mobbing.