Ci risiamo. Un’altra azienda italiana se ne va in mani straniere. Ma questa è la volta della Magneti Marelli, storica azienda italiana oggi multinazionale da 7,9 miliardi di fatturato e 43 mila dipendenti, di cui 10mila in Italia, azienda controllata da Fca. Ad andarsene quindi non è una qualsiasi azienda di abbigliamento, che al massimo si porta via il know how di come realizzare un bell’abitino, ma un’industria nel settore cruciale dell’auotomotive, altissimo tasso di tecnologia, fiore all’occhiello di vecchie e nuove innovazioni italiane.

La realtà (o la triste necessità) è che: Fca deve fare cassa (tecnicamente: molti debiti, bilanci incerti, patrimonio di fatto già inferiore all’indebitamento); gli azionisti sono poco orientati a tirare fuori soldi, anzi vorrebbero portare a casa altri dividendi; in giro si dice che i denari della vendita dovrebbero servire a investire per aumentare la produzione di Fca, ma l’impressione è che al massimo Fiat potrà farsi comprare da qualcun altro più grosso, non certo rilevare altre case automobilistiche. E poi Marchionne era contrario alla vendita di Magneti Marelli, ma l’aria è cambiata in Corso Torino.

Magneti Marelli è un gioiello dell’industria italiana che conta su 85 unità produttive e 15 centri di ricerca e sviluppo in tutto il mondo. Ha la sua sede centrale a Corbetta, nel milanese, produce anche ad Amaro, dalle parti di Udine, ad Atessa (Chieti), a Bologna e a Venaria Reale (Torino). Lavora per tutti i maggiori produttori automobilistici, in almeno otto rami: dai sistemi di illuminazione a quelli di controllo dei motori e ai cambi robotizzati; dai quadri di bordo, ai sistemi di sospensioni e a quelli di scarico; collabora ai massimi vertici con i settori della competizione motoristica e non da ultimo produce sensori per il controllo dell’automobile, essenziali per la realizzazione di auto a guida autonoma. Insomma, prima di venderla ai giapponesi o a chicchessia era meglio farci un pensierino, che so sentire il governo, far capire al Paese che per queste cose si potrebbe anche fare squadra (come invece fanno i tedeschi), non solo cassa.

Invece no. Sono stati sufficienti 6,2 miliardi dai giapponesi di Calsonic, un gruppo più piccolo di Magneti Marelli, tra l’altro controllato dal fondo Usa Kkr, con tutti i caveat che volete (la produzione dovrebbe restare in Italia, per alcuni anni il management sarà ancora quello attuale etc.), ma la sostanza non muta, il danno è fatto: tecnologia italiana di alto livello andrà a portare acqua al mulino di altri Paesi e di altri capitali (e solo Dio sa quanto invece avremmo bisogno di conservare e se possibile aumentare gli investimenti italiani in tecnologia).

Poi se pensiamo alle frasi (pro domo sua) pronunciate alcuni giorni fa dai vertici confindustriali che sollecitavano il governo a investire in tecnologia e innovazione anziché nel reddito di cittadinanza, ci viene da sorridere e da chiederci, ma perché non applicare (a se stessi) lo stesso metro anche per Magneti Marelli? Perché i grandi industriali fanno sentire la loro voce solo quando si tratta di chiedere e sono assenti quando invece si deve investire (e magari rischiare) in prima persona?

Sfortunatamente la sfida della trasformazione dell’industria automobilistica è ormai entrata nel pieno della competizione e forse Magneti Marelli poteva servire a questa battaglia. Ad esempio, anziché pensare alla sua cessione, perché non fare nuovi investimenti nella storica azienda italiana per trasformarla in uno dei produttori più importanti nel campo dei motori elettrici e delle batterie relative? Scelte strategiche e progetti che mancano, che in ogni caso invece avrebbero potuto dare una mano al paese, e anche a Fca, pesantemente indietro nella corsa per l’elettrificazione della proprio parco modelli. Magneti Marelli era un concorrente di Bosch, ma Bosch è in Germania, dove gli imprenditori (con l’aiuto dello stato) ragionano in un’altra maniera.