E’ morto ieri, 17 ottobre, a Istanbul il fotografo Ara Guler. Era nato a Beyoglu, un sobborgo di Istanbul, nel 1928 da genitori armeni ed aveva appena compiuto novant’anni. Per professione Ara Guler era un fotoreporter, ed ha pubblicato immagini su molti quotidiani e con agenzie prestigiose quali la Magnum; ma questa definizione è riduttiva. Ara Guler considerava se stesso un documentarista ed uno storico ed ha ritratto l’evoluzione di Istanbul durante gli ultimi sessant’anni; e le sue immagini sono quelle di un grandissimo artista, dotato di una fine sensibilità e di un grande affetto per Istanbul e per la sua popolazione.

Il libro più famoso di Ara Guler si intitola Istanbul e raccoglie fotografie scattate tra gli anni 50 e 90 del secolo scorso, tutte in bianco e nero. La prefazione del libro è del premio Nobel per la Letteratura Orhan Pamuk. Molte fotografie di Ara Guler sono del resto riprodotte nell’autobiografia di Orhan Pamuk: Istanbul: la città e i ricordi. Guler e Pamuk sono accomunati oltre che dall’amicizia reciproca, dalla straordinaria umanità che consente loro di cogliere e rendere percepibile al lettore la malinconia, huzun, di una città e un popolo schiacciati da un passato straordinario ma irripetibile. Vivono entrambi la consapevolezza che il futuro non potrà mai equivalere al passato, che non c’è in serbo per Istanbul una gloria paragonabile a quella perduta.

Il sentimento di Ara Guler (e di Orhan Pamuk) per Istanbul e per la Turchia è in fondo lo stesso che molti di noi provano o possono provare per Roma e per l’Italia intera. Istanbul è come Roma o come Venezia: una città che ha già vissuto il suo massimo splendore e e che non può sperare di ritrovarlo. Ara Guler lascia di sé qualcosa di più delle immagini e dei ricordi: lascia l’interpretazione di un’epoca e di una emozione e la regala a chiunque voglia rivedere le sue fotografie.

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