I progetti di fusione dei Comuni in Emilia Romagna sono stati bocciati in larga parte da elettrici ed elettori. È uno smacco clamoroso per l’orgoglio amministrativo del Partito democratico, ma la sconfitta, o meglio smentita, è solo l’ultima in ordine di tempo negli appuntamenti elettorali e referendari dell’ultimo triennio. Le fusioni riguardavano i Comuni di Castenaso con Granarolo e di Malalbergo con Baricella, in provincia di Bologna. Alla base di questi risultati, ci sono ragioni sia di merito che più generalmente politiche.

Nell’ambito del sistema istituzionale attuale tutte le recenti proposte di riforma sono state o del tutto inconcludenti o peggiorative della situazione precedente. A cominciare dall’introduzione della città metropolitana di Bologna che è stata partorita nell’ambito della legge di superamento delle Provincie, cosiddetta legge Delrio numero 56/2014 che prevede “Disposizioni sulle provincie, sulle città metropolitane, sulle unioni e fusioni tra Comuni”.

Il principio cardine su cui si basa questa riforma è l’elezione indiretta degli organi delle città metropolitane e delle cosiddette “aree vaste”, che avrebbero dovuto sostituire le Province se il referendum confermativo della riforma costituzionale, voluta da Renzi, fosse passato. Cosa che come sappiamo, fortunatamente, non è avvenuta.

Il principio ispiratore di queste riforme, iniziate con l’introduzione del sistema elettorale maggioritario e con l’elezione diretta dei sindaci, è la cosiddetta “democrazia governante”. Si tratta di un assetto delle istituzioni fondato sul principio della governabilità, allergica alle fatiche della dialettica politica e di ogni seria opposizione, che si basa sulla nomina pressoché automatica degli organi esecutivi (giunte) da parte dei primi cittadini eletti con sistema maggioritario e premio di maggioranza, e nei livelli intermedi sulla spartizione partitica delle assemblee dei consiglieri, meri organi confermativi delle scelte di governo, private di alcuna funzione e utilità.

Questa filosofia incarnata dalla norma che se un sindaco viene sfiduciato si va direttamente alle elezioni, ha generato come un virus letale ogni forma di dipendenza dai centri decisionali degli apparati di partito. Se un gruppo di consiglieri comunali non condivide una scelta e decide di mettere in minoranza la propria giunta, subisce il ricatto dello scioglimento del Consiglio e di nuove elezioni, quindi della non rielezione. Questo orrore democratico è stato fatto passare per modernizzazione, da lì si è sviluppato fino ai più alti livelli istituzionali, attraverso i sistemi elettorali di liste bloccate e di premi di maggioranza.

Questa situazione, insieme alla contemporanea degenerazione del sistema dei partiti, in meno di trent’anni ha provocato il totale distacco della cittadinanza dalle proprie istituzioni e la disaffezione al voto, auspicata dalle élite liberali che hanno apertamente sostenuto il superamento della democrazia partecipativa, attraverso l’esaltazione della figura carismatica del leader, di fatto proprietario del suo partito.

Da questo “brodo di coltura” promana l’interpretazione anche dei progetti di fusione tra Comuni che sono storicamente la più significativa istituzione in cui si sviluppa il “senso di appartenenza comunitario”, concepite come mere operazioni di “sistemazione” delle maggioranze e degli apparati politici, che hanno incontrato l’ostilità aperta di cittadini sempre più delusi e impauriti per la perdita di qualità della vita.

Questi “Soloni” ammalati di sicumera non hanno fatto i conti con la profondità e la gravità del processo di frammentazione e regressione sociale frutto di ventennali politiche liberiste che hanno ridotto servizi e diritti, nel lavoro e nella vita di tutti i giorni.

Il paesaggio politico che emerge dalle ultime elezioni e da questi recenti sondaggi referendari, è di un centrosinistra totalmente allo sbaraglio e di un elettorato facile preda del populismo reazionario della Lega di Salvini, dal momento che i Cinque Stelle stanno subendo i contraccolpi di un’alleanza che li porta drammaticamente in quella direzione.

Solo che come nel detto “Dio acceca chi vuole perdere”, dalle parti del Partito democratico si fa ancora finta di niente, si pensa a come sistemare le carriere ma non a cambiare politiche e registro. In tal senso è paradigmatico che Virginio Merola, sindaco di Bologna e della città metropolitana, dopo il rovescio nei Comuni se la prenda col suo partito che sicuramente ha non poche responsabilità, ma Lui che è istituzionalmente responsabile di ciò che succede anche nei Comuni della sua area. Nel frattempo cosa stava facendo?

Per concludere solo un ripensamento profondo di carattere culturale e politico: l’azzeramento di tutta l’impalcatura precedente, la riapertura di un’ampia discussione sul profilo della nostra democrazia e dell’architettura istituzionale, preceduta da un’autentica riforma del sistema politico, può condurre le forze esangui della sinistra a comprendere prima le ragioni delle sconfitte e poi a costruire una strada nuova per il futuro? Ma quando e da dove mai si comincerà?