Tante ipotesi e nessuna certezza nella scomparsa del cinese Meng, presidente di InterpolFilm e romanzi a parte, la vita del super-poliziotto, o della spia, non è mai stata tutta rose e fiori. Ma, di questi tempi, pare peggio del solito. Se ti va male – e sei uno con il vizietto del doppio gioco, ma non troppo bravo a nasconderti – provano ad ammazzarti, com’è accaduto a Sergej Skripal, avvelenato con la figlia Yulia mentre si credeva al sicuro (e in pensione) a Salisbury, in Inghilterra. Se ti va bene, e sei una “barba finta” sotto comoda copertura diplomatica, ti espellono – sono già centinaia i casi dall’inizio dell’anno nella guerra delle spie scatenatasi tra la Russia e quello che una volta era l’Occidente dopo il “caso Skripal”.

Quanto ai super-poliziotti, quando danno fastidio ai potenti, o semplicemente non sono loro proni, se va bene li licenziano, com’è accaduto al direttore dell’Fbi James Comey. Ma possono anche sparire, come accade al presidente dell’Interpol, la polizia delle polizie, il cinese Meng Hongwei, vice-ministro della sicurezza pubblica nel suo Paese: di lui mancano notizie dal 29 settembre, quando lasciò Lione, la sede di lavoro, in Francia, per recarsi in Cina. Solo domenica sera, Pechino ha fatto sapere: “Lo abbiamo noi, è sotto indagine per corruzione”.

In tutte queste storie 2018, ha certo un peso l’inasprimento del clima delle relazioni internazionali, diplomatiche e commerciali, specie nel triangolo UsaRussiaCina, con la “corsa alle sanzioni” lanciata dal presidente americano Donald Trump. C’è maggiore diffidenza reciproca: molti stanno sul chi vive, il “nemico” può essere nascosto nel microchip del gadget tecnologico oppure seduto alla scrivania accanto. Se poi mancano la democrazia e la trasparenza interne, liberarsi dei sospetti è più facile.

Molti indizi facevano ipotizzare che l’alto funzionario del Partito comunista cinese fosse stato prelevato dai servizi di sicurezza di Pechino una volta arrivato in patria: si diceva fosse oggetto d’un’indagine e fosse interrogato dalle autorità disciplinari cinesi. L’aveva raccontato una fonte anonima al South China Morning Post, giornale di Hong Kong in ottimi rapporti con il regime. Ma mancavano conferme e certezze.

L’assenza di Meng era stata denunciata dalla moglie. La Francia assicurava: “Non è sparito qui da noi”. L’Interpol, che ha sede a Lione, ha formalmente chiesto alla Cina notizie del suo presidente: “Aspettiamo risposte ufficiali dalle autorità di Pechino”. Meng, 64 anni, è il primo cinese a ricoprire il prestigioso incarico: la sua nomina era stata criticata dalle organizzazioni per i diritti umani, che contestano i comportamenti di Pechino in merito.

La moglie non aveva notizie del marito dalla partenza da Lione, a fine settembre. Le autorità francesi hanno accertato che il presidente dell’Interpol s’è imbarcato su un aereo diretto in Cina. Che cosa sia successo dopo l’arrivo nel suo Paese è un mistero. La moglie del presidente dell’Interpol sarebbe stata oggetto di minacce e la Francia, dove –fa sapere il ministero dell’Interno – è stato istituito un “dispositivo di polizia ad hoc” per “la sua sicurezza”: “La Francia si interroga sulla situazione” di Meng ed è “preoccupata per le minacce, telefoniche e via social network, di cui è stata oggetto la moglie”. Ma non è chiaro se vi sia un nesso, e quale sia, tra viaggio in Cina, minacce in Francia e scomparsa del super-poliziotto. Ancora il ministero dell’Interno francese: “L’ufficio di collegamento dell’Interpol a Pechino e le autorità cinesi interpellate non hanno per ora fornito precisazioni”; ma “il dialogo con le autorità cinesi continua”.

Meng godeva certamente della fiducia delle autorità di Pechino, per essere destinato a un incarico internazionale così delicato e prestigioso. Qualcosa ha incrinato il rapporto? I cinesi lo vogliono proteggere e se ne vogliono proteggere? Impossibile andare oltre le illazioni allo stato attuale, anche se è un dato di fatto che il regime di Pechino non ha problemi a fare sparire cittadini scomodi, per quanto in vista essi possano essere – un esempio: la vicenda di Fan Bingbing, star del cinema che evadeva il fisco, scomparsa per poi ricomparire e dichiarare di vergognarsi delle proprie colpe. C’è anche l’ipotesi che Meng possa “pagare” i contatti di lavoro con Zhu Yongkang, già responsabile della sicurezza del Partito comunista cinese che sta scontando una condanna a vita per corruzione. E qualcuno ricorda che Meng nel 2017 emise, come capo dell’Interpol, una “red notice“, su richiesta del governo di Pechino, nei confronti del magnate cinese Guo Wengui.

Il professor Antonio Teti, specialista di cyber-security, nota “l’anomalia eccezionale” nella vicenda della denuncia fatta dalla moglie: di solito, infatti, i familiari degli scomparsi in Cina tacciono, temendo conseguenze peggiori. Teti descrive “uno schema consolidato”, una “prassi cinese”: l’individuo o il funzionario, che finisce “sotto inchiesta” viene isolato, poi si dice che è “sotto inchiesta”, quindi che ha “commesso un’infrazione” e, infine, che è stata emessa nei suoi confronti “una sentenza di reclusione”. È questo il percorso che sta seguendo Weng? Le ammissioni fatte domenica sera dalle autorità cinesi paiono confermarlo. Il professor Teti individua una possibile “colpa” del super-poliziotto cinese: l’avere incrementato la collaborazione internazionale nel settore del cyber-crime potrebbe avere indispettito Pechino, spesso accusata di praticare cyber-spionaggio industriale (e non solo).

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