La Camera ci riprova: approvato in commissione Giustizia, il progetto di legge per riformare e potenziare le cosiddette class action approderà in Aula, oggi, primo ottobre. Nella sostanza si tratta del medesimo progetto di legge proposto nella scorsa legislatura dall’attuale ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (M5s) il cui iter di approvazione si era poi bloccato al Senato. Le norme in discussione introducono importanti novità e ampliano l’istituto stesso della class action a situazioni giuridiche che attualmente non godono di tutele.

La nuova disciplina non si inquadrerebbe più nel codice del consumo, dove è confinata attualmente, ed entrerebbe a far parte dei procedimenti speciali del codice di procedura civile: ciò significa che avranno titolo per promuovere l’azione risarcitoria collettiva non solo i consumatori e gli utenti, ma tutti coloro che ritengano di aver subito un danno a causa di una lesione di “diritti individuali omogenei”. I destinatari della class action possono essere imprese o enti gestori di servizi pubblici o di pubblica utilità e, come si legge nella relazione dell’ufficio studi della Camera, “la condotta lesiva è individuata relativamente a fatti cagionati nello svolgimento delle attività”.

Altra novità molto importante è che il giudice competente non è più il tribunale ordinario, ma la sezione del tribunale specializzata in materia d’impresa, e viene introdotto un termine perentorio di 30 giorni entro il quale il tribunale deve decidere sull’ammissibilità dell’azione. Un bel passo avanti se si considera che la disciplina attualmente in vigore non prevede alcun termine e si limita a indicare che la decisione sull’ammissibilità deve intervenire “all’esito della prima udienza”, la quale – dato il congestionamento dei tribunali – potrebbe svolgersi anche dopo anni. L’ordinanza con la quale il giudice decide sull’ammissibilità è reclamabile in Corte d’appello (che decide entro 40 giorni) ed eventualmente in Cassazione (anche questa è una novità), ma i ricorsi nei confronti delle ordinanze non producono effetti sospensivi: dunque se l’azione viene ammessa, il procedimento davanti al tribunale delle imprese non potrà essere ostacolato dai ricorsi pendenti.

Altra importante novità introdotta dalla riforma della class action (che per effetto di un emendamento approvato in commissione cambia nome in “procedimento collettivo”) riguarda le modalità di adesione. Oggi è possibile aderire solo dopo l’ordinanza che giudica ammissibile l’azione, ma non dopo il pronunciamento della sentenza di merito. Il dispositivo in discussione alla Camera, invece, prevede che l’adesione possa avvenire in due distinti momenti: nella fase immediatamente successiva all’ordinanza che ammette l’azione (come è anche adesso) e pure dopo la sentenza di merito entro i termini che fisserà il tribunale (ma non comunque superiori a 180 giorni). Non solo: sarà la sentenza emessa dal tribunale delle imprese a definire la documentazione che gli aderenti al procedimento collettivo dovranno produrre ai fini di ottenere il risarcimento. La sentenza nomina anche un giudice delegato, che dovrà gestire la procedura di adesione e le liquidazioni, un rappresentante comune degli aderenti e l’importo che dovrà essere versato da ciascun aderente a titolo di fondo spese.

Il testo amplia molto la pubblicità – anche per via telematica – che deve essere data all’azione collettiva e alle sue varie fasi e introduce la cosiddetta “quota lite”, ossia il compenso che l’impresa o l’ente giudicato responsabile della lesione dei diritti dovrà corrispondere al rappresentante comune degli aderenti e al loro legale, compenso che peraltro potrà variare a giudizio del giudice fino a un massimo del 50 per cento a seconda della complessità dell’incarico, del ricordo a coauditori, della qualità dell’opera prestata e di altri fattori ancora. Poiché è esplicitamente previsto che lo stesso avvocato che patrocina la class action possa essere nominato anche rappresentante comune degli aderenti, l’articolato non chiarisce se in questo caso l’avvocato possa cumulare il doppio compenso per quota lite.

La riforma in discussione estende anche la cosiddetta azione inibitoria collettiva con cui gli attori possono chiedere al giudice di ordinare all’impresa o all’ente la cessazione di un comportamento ritenuto lesivo nello svolgimento della propria attività o il “divieto di reiterare una determinata condotta commissiva o omissiva”.

Le nuove norme sono molto articolate e la loro attuazione, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione dei tribunali, richiede tempo: per questo in prima battuta è stata prevista un’entrata in vigore posticipata di 6 mesi rispetto alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale ed è stata introdotta una norma transitoria che prevede che per i procedimenti in corso al momento dell’entrata in vigore continueranno ad applicarsi le norme attualmente in vigore.

Come detto, questa riforma estende di molto le tutele dei cittadini non solo in quanto consumatori e utenti, ma per le imprese presenta alcuni aspetti critici evidenziati dal direttore generale di Confindustria Marcella Panucci secondo cui le nuove norme sarebbero scritte in modo eccessivamente punitivo nei confronti delle imprese: “Non siamo contrari a intervenire sulle norme attuali – ha detto Panucci in seguito all’approvazione del testo in commissione Giustizia -, ma abbiamo rilevato alcune criticità molto chiare. Le tre più importanti sono: il tema dell’adesione dei singoli all’azione giudiziaria dopo la sentenza di condanna dell’impresa, la scelta di imporre alle imprese il pagamento di un compenso premiale agli avvocati quando la causa va a buon fine, scelta che evoca il concetto dei danni punitivi, e la retroattività delle nuove norme che, sebbene abbiano formalmente una veste processuale, sono destinate a produrre effetti anche sostanziali, visto che il perimetro soggettivo e oggettivo della class action viene notevolmente ampliato”. La rappresentante di Confindustria si duole del fatto che nel dibattito in commissione Giustizia questi temi non siano stati condivisi dalle forze politiche se non da Forza Italia e confida che in aula “altre forze politice, anche di maggioranza, possano condividerle e portarle avanti”. Molto soddisfatta invece Giulia Sarti, presidente della commissione Giustizia della Camera ed esponente del M5s che ha ribadito come quella della class action “sarà una riforma importante che mette al centro l’interesse di tutti: quello dei cittadini e quello delle imprese sane che sono sul mercato nel rispetto dei diritti delle persone. Le nuove norme, che pongono anche filtri contro le azioni temerarie proprio a tutela delle imprese, saranno importanti al fine di regolamentare i mercati come prevedono gli ordinamenti più avanzati di altri Paesi”.

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