Versace finisce nelle mani degli americani, ma per favore niente pianti o lamenti. Purtroppo, ci sarebbe dell’altro, molto più grave e più serio, cui pensare.

Questo, in sintesi, quello che si può dire alla notizia che l’azienda fondata nel 1978 da Gianni Versace – uno dei simboli più prestigiosi della moda italiana – oggi passa nelle mani degli americani di Michael Kors. Negli ultimi anni il gruppo della medusa stilizzata scriveva a bilancio poco più di 600 milioni di fatturato, utili risicati, ma aveva conservato un grande nome, e ora, sfortunatamente, va aggiungersi ai vari Fendi, Pucci, Bulgari, Loro Piana, Valentino e Krizia, già finiti prematuramente in mano a investitori esteri. Certo un dolore, ma molto meno grave (anche se più rumoroso ovviamente), delle altre spine, delle altre ferite che affliggono da un po’ di lustri l’industria italiana.

Gli «specialisti» direbbero che il family business è ancora prevalente nella moda, che queste aziende al massimo possono resistere fino alla terza generazione, dopo fanno fatica, e che in fondo la cosa importante è che la produzione resti in Italia. Aggiungerebbero, per tranquillizzarci, che dopotutto ci sono altre aziende italiane del settore (Zegna) che comprano all’estero. Ma il nostro punto di vista è un altro, anzi è opposto.

Non contano le singole imprese, conta il sistema industriale e produttivo nel suo insieme e quanti si illudono che l’economia italiana si possa reggere prevalentemente sulla moda e il made in Italy, assomigliano a quei tifosi che sognano di vincere la Champions League con il Sassuolo. Solo un sistema industriale complesso, articolato e forte è ciò che consente lo sviluppo e la crescita di un territorio, con il made in Italy e basta si fa poca strada.

Da anni l’Italia ha due problemi fondamentali che non sono gli acquirenti esteri dei gioielli di famiglia. Problemi molto più gravi e più seri che non la perdita dei grandi marchi della moda.

1. Il paese non ha nessuna fiducia nella crescita e nello sviluppo. Il primo effetto di questo radicale scetticismo sulle nostre possibilità di stare meglio e di essere più ricchi si realizza nella decrescita demografica, che oltre a privare il paese di risorse, esprime un atteggiamento di fondo di perdita di ogni speranza, molto più preoccupante di qualsiasi dato macroeconomico.

2. La grande industria dopo la crisi degli anni 70 e dei primi 80 non si è più ripresa. La piccola ha avuto un sussulto, ma ora stenta. L’innovazione (gli investimenti) è al minino storico; la grande industria meccanica ha perso colpi in termini di fatturati, occupazione e qualità dei prodotti. La siderurgia, che è la base sulla quale costruire un sistema industriale, come ha scritto Milena Gabanelli, è solo un debito per le casse dello Stato, non una risorsa competitiva per le aziende italiane; la più grande industria italiana (Fiat) è ormai fuori dall’Italia, con il cuore e con le gambe, oltre che con il portafoglio e nel settore strategico del futuro, quale è quello dei motori non a combustione, accusa un ritardo incolmabile, oltre a non disporre né di liquidità, né di conoscenze sufficienti a rovesciare il trend negativo.

Insomma, la perdita di Versace aggiunge poco al declino dell’Italia come sistema industriale e, anzi, uno dei motivi per cui queste aziende possono essere cedute senza addolorarci eccessivamente, sta proprio nel fatto che queste già non funzionano bene come dovrebbero; devono rilanciarsi, in molti casi necessitano di essere ristrutturate radicalmente. E spesso, mentre i politici stanno a guardare, i proprietari italiani sono inclini più che altro a continuare a portare a casa cospicui dividendi anche con i bilanci in rosso, anziché mettere mano al portafoglio.

Don’t cry for me Argentina, insomma… se la perdita dei grandi marchi (non vitali) del made in Italy fosse nuovamente una scusa per non mettere mano seriamente al problema dello sviluppo italiano, le lacrime allora faremmo meglio a risparmiarcele. Oggi, più di ieri, la questione cruciale per la quale dovremmo lavorare resta quella di avere guida pubblica e imprenditori privati molto più impegnati nella crescita, nello sviluppo del paese, per ripartire finalmente con serie politiche economiche in grado di ridare forza al lavoro, all’occupazione e ai redditi degli italiani.

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