“Mi sono accorto di essere ebreo il giorno che mio padre è stato licenziato dall’orchestra dell’Eiar e siamo diventati una famiglia miserabile” racconta Aldo Zargani, ancora quasi incredulo. “La maestra ci spiegò la differenza tra le razze umane, poi disse il mio nome e mi disse che dovevo uscire: mi ritrovai da solo, in cortile, a piangere” ricorda Roby Bassi, con voce incerta. Liliana Segre sente ancora i cani che abbaiano, sente addosso la folla dei seicento che solo quel giorno, con lei, vengono spinti sui vagoni-bestiame pronti a partire dal binario sotterraneo della stazione centrale di Milano. “Vedo un unico filo nero, quello dell’inchiostro della firma del re, che man mano si ingrossava e diventava una rotaia: portava ad Auschwitz”. Ma prima, anni prima, tutto era cominciato con la “paura”, “l’insicurezza” quando gli occhi suoi di ragazzina avevano a che fare con la polizia fascista. La paura, l’insicurezza di chi si sente diverso. 1938-Diversi è il titolo del film-documentario di Giorgio Treves, presentato fuori concorso al Festival di Venezia e proiettato in anteprima nazionale a Milano (al Cinemino), nei giorni in cui – ottant’anni fa – il duce del fascismo e capo del governo, Benito Mussolini, a Trieste innestò per la prima volta in un discorso ufficiale (e quindi nel discorso pubblico) il “problema ebraico” e la necessità di “una chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime”. Il re Vittorio Emanuele III aveva già firmato i primi decreti quasi due settimane prima. Ma Mussolini pronunciò quelle parole, quel 18 settembre, perché aveva capito che era arrivato il momento adatto. Gli italiani erano pronti ad ascoltarlo, a credergli una volta di più, una volta per tutte, a seguirlo nella più infame delle sue decisioni: le leggi razziali.

1938: Diversi. regia di Giorgio Treves. Dall’11 Ottobre al cinema from Mariposa Cinematografica on Vimeo.

1938-Diversi (al cinema dall’11 ottobre, su Sky Arte il 23 ottobre) non racconta solo come i 180 decreti razzisti – giorno dopo giorno – annullarono l’esistenza degli ebrei come cittadini e poi li umiliarono come esseri umani. Ma fa un passo indietro, si fa una domanda in più: com’è stato possibile? Gli ebrei sono integrati da decenni nella società italiana. E’ stato un Savoia, Carlo Alberto, il bisnonno di Vittorio Emanuele III, a spalancare le porte dei ghetti, nel 1848, con lo statuto: tutti uguali davanti alla legge, c’era scritto. Da anni ci sono ebrei in Parlamento, al governo, nell’esercito. Ci sono ebrei nel Partito nazionale fascista. Eppure gli italiani, in larghissima parte, non fiatano.

Treves, attraverso la testimonianza privata di chi ancora può raccontare e alla narrazione più tecnica degli storici, sposta l’obiettivo all’opera lenta, subdola, venefica, studiata con la quale Mussolini “prepara” gli italiani all’emarginazione degli ebrei. E’ un giornalista, conosce i meccanismi della comunicazione, è capace di utilizzare al meglio i nuovi media, il cinegiornale, la radio. “Sa come farsi ascoltare dall’opinione pubblica. Sa come farsi ubbidire senza diktat” spiega Michele Sarfatti, uno degli storici intervistati nel docu-film. Il fascismo, dopo aver annientato i giornali di opposizione, racconta la sua verità calata dall’alto: “E’ il regime, è il pensiero, è il capo che dice agli italiani: ora in Italia si pensa così” aggiunge Sarfatti. Libro e moschetto, il veleno della discriminazione viene iniettato fin da scuola: gli italiani – popolo in buona parte analfabeta – vengono descritti come superiori.

D’altra parte Mussolini, che ha raccolto tutti i mal di pancia del primo Dopoguerra e li ha trasformati in consenso, “vede ogni devianza sociale come un pericolo” spiega nel film lo storico Alberto Cavaglion. Italiani superiori in tutto e a tutti, devono esserlo: il fascismo conquista l’Etiopia soverchiando i “negri” anche con le armi chimiche. Poi, un anno dopo, si butta nella guerra di Spagna al fianco di Franco e contro socialisti e comunisti. “Quando finirà la Spagna, inventerò qualcosa d’altro – disse Mussolini al ministro-genero Galeazzo Ciano – Il carattere degli italiani si deve creare nel combattimento”.

Si inventerà gli ebrei. La trasformazione di quella minoranza in bersaglio è progressiva. Ben prima delle leggi anti-ebraiche i giornali – controllati dal regime fino alle virgole – cominciano a riempirsi di episodi di cronaca nera che hanno come protagonisti gli ebrei e di vignette in cui vengono stilizzati i presunti caratteri fisici comuni, il naso aquilino e tutto il resto. Nell’agosto 1938 viene avviato il censimento degli ebrei, al Viminale nasce l’istituto della Demorazza. “Il razzismo era un ingrediente costitutivo del fascismo proprio perché il fascismo era ideologia della sopraffazione dell’uomo sull’uomo” dice lo storico Sergio Luzzatto nel film. Secondo alcuni storici, Mussolini trova terreno fertile nell’antisemitismo di una parte degli italiani (analogo a quello di altri Paesi europei, dalla metà dell’Ottocento). Ma, puntualizza Luzzatto, è l’incessante azione della macchina di propaganda a far diventare quello degli ebrei il problema da affrontare, l’emergenza.

1938 Diversi_Clip 3 from Tangram Film on Vimeo.

Finché gli ebrei diventano i nemici della patria. Le spie. I traditori. Il capro espiatorio. La reazione degli ebrei è lo sgomento, “proporzionale – aggiunge Luzzatto – a quanto erano stati fascisti”. E tutto intorno, silenzio: i bambini vengono allontanati dalle scuole, i grandi sbattuti fuori dagli istituti pubblici e privati, licenziati, scacciati, lasciati lontani perfino dalle spiagge. Gli altri italiani, semmai, corrono a prendere le cattedre lasciate vuote dagli ebrei espulsi o acquistano a prezzi stracciati le proprietà che gli ebrei devono svendere perché non possono tenere per legge. Le voci di dissenso sono isolate: Benedetto Croce, Arturo ToscaniniErnesta Bittanti, la moglie di Cesare Battisti. Per il resto tutto quello che succede è che “l’indifferenza diventa complicità” sottolinea Luzzatto.

Il regista Giorgio Treves

Saper usare la comunicazione, additare il diverso, indicare una minoranza come causa dei mali, l’indifferenza intorno. Suona già così sentito, familiare, quotidiano. Eppure – racconta Carolina Levi (produttrice con la Tangram Film) – l’idea di realizzare un’opera come 1938-Diversi è nata cinque anni fa, quando la questione dell’immigrazione, l’uso strumentale che ne fa la politica, le stragi che interrogano sempre meno coscienze e le controversie per un’integrazione possibile venivano ancora dopo le urgenze della crisi economica, dei senza lavoro, della corruzione dello Stato e dei suoi rappresentanti.

Ma questo film non è una profezia né un pretesto per parlare di attualità, assicura il regista, Giorgio Treves, nato negli Stati Uniti perché la famiglia (ebrea) ebbe la sorte di prendere l’ultima nave in partenza dall’Italia. “Non ho mai avuto l’intenzione di demonizzare i possibili colpevoli di oggi – spiega – Solo di trasmettere il messaggio di stare all’erta. Il film è nato quando non c’erano ancora manifestazioni di certe idee in Italia: c’erano solo in Germania o nell’Est Europa. Ma quando sento parlare dell’abrogazione della legge sulla tortura o di atteggiamenti discriminatori so che devo essere inquieto e vigile”. In sala ad assistere all’anteprima, tra gli altri c’è Aurelio Ascoli, 89 anni, fisico nucleare. Da bambino, alle elementari, come quelli nel film, fu buttato fuori dalla classe. Al termine della proiezione si alza dalla poltrona: “Oggi è il giorno più importante della mia vita. Perché questa storia non deve andare dimenticata”.

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