Tempi orribili, altri cento migranti morti in mare, l’Europa va a destra e la sinistra non si interroga troppo lucidamente, salvo sbraitare con gli stessi toni di Salvini (mica tutti, certo). E allora ha senso parlare del Museo della lettera d’amore? Certo che ha senso. Bisogna individuare gli anticorpi attivi in questo processo di disumanizzazione.

Siamo in Abruzzo, il paese è Torrevecchia Teatina, pochi chilometri da Chieti. Proprio per un post su questo blog mi invitano alla serata finale del concorso per la miglior lettera d’amore, 18esima edizione. Non ho mai scritto lettere d’amore, non sono capace, tutti quelli che mi conoscono gridano allo scandalo. A me è bastato quel bel nome, Torrevecchia Teatina, per decidere di andare, una bella gita di fine settimana in Abruzzo, regione bellissima e poco frequentata.

Nel giardino di in bel palazzo ci sono centinaia di persone, forse tutto il paese, per non parlare dei premiati. Nell’attesa visitiamo il museo. Oltre alle tante lettere premiate, una bellissima collezione di cartoline d’epoca, di quelle che venivano mandate in busta chiusa per non compromettere la destinataria, alcune vagamente licenziose. Ma ci sono anche le letterine dei Papa Boys a Papa Wojtyla, amori d’epoca, corrispondenze segrete che ora si staccano dalla vita dei protagonista per lasciarne una traccia sottile come un profumo persistente.

Il museo è unico al mondo, mi dicono la sindaca e Massimo Pamio, il direttore. Non ne dubito, queste genialità bizzarre accadono in provincia. La cerimonia è lunga, hanno partecipato al concorso anche le scuole di ogni ordine e grado, come si diceva una volta. Ragazzini e ragazzine che fanno dichiarazioni d’amore al proprio letto o al cellulare, poi in crescendo i segnalati, categorie più rappresentate le prof di lettere e i medici. Con piacere vediamo che l’amore non ha restrizioni omofobe, che esplora tante sfere d’amore diverse, familiari, amicizie, perfino idee. Con una bella lettera ad un amico vince Arnaldo Colasanti, scrittore vero e intellettuale (non è una parolaccia) mai banale, anche nell’antica pratica della discussione.

Su una dritta di Pamio mi spingo fino a Popoli, un paesino che per colmo di sventura si sta spopolando. Quale miglior posto per aprire una libreria? Il paese è vivo, giorno di mercato, la libreria si chiama Il libraio di notte, ha orari variabili ed è l’avventura d’amore di un musicista, laureato in lettere e altro. Ho un debole per le piccole librerie, quindi questa intervista al libraio Paolo Fiorucci è la mia lettera d’amore a tutti i librai. Parafrasando De Andrè: “ Tu che li vendi, cosa ti compri di migliore?”

Quale fil rouge tra musica e libri?

Se parla della mia carriera di cantautore posso dirle che la maggior parte delle mie canzoni sono nate grazie alle letture che mi accompagnano da sempre. Credo nella compenetrazione delle diverse forme d’arte. Alcuni autori di canzoni sono influenzati dal cinema, altri sono più fotografici, alcuni teatrali. Nel mio caso è la letteratura a farla da padrone. E, magari La stupirò, nella mia produzione ha avuto maggior peso la prosa che la poesia, sebbene quest’ultima sia continuamente accostata alla canzone. Da lettore invece preferisco il silenzio, non riesco a leggere con un sottofondo musicale. Bastano le parole.

Lei cosa legge?

Prosa italiana novecentesca perlopiù. Parise e Buzzati su tutti, e Tabucchi. Anche se i miei scrittori preferiti, Albert Camus e Cormac McCarthy, sono stranieri. Altri nomi… Fante, Silone, Rodari, Erri De Luca, Fritzgerald e Sclavi.

Quale rapporto con i lettori di Popoli?

Molto diretto, perché il locale è di 12 metri quadri e non c’è un vero e proprio bancone. Poi, se apri una libreria in un centro di 5mila abitanti sei consapevole che non si tratterà soltanto di vendere libri, ma diventerai soprattutto luogo d’incontro, punto d’ascolto, persino psicoterapeuta all’occorrenza. Ho dei clienti fidelizzati che ormai considero amici e, date le dimensioni del bacino di utenza, non poteva essere altrimenti.

Come vede la sua libreria tra 10 anni?

La risposta alla Sua domanda richiede coraggio, follia, passione e un ottimismo quasi patologico, considerati i tempi. La vedo aperta, e ancora bellissima.