Si dice che soffiano venti neri in Europa un po’ ovunque, segno che le democrazie liberali vacillano, si incrinano. Nella realtà spesso e volentieri non va così, come successo in Olanda, in Francia, in Germania, in cui la paventata valanga dell’estrema destra si è arenata al momento delle elezioni nazionali. Di estrema destra si è parlato anche per le elezioni svedesi tenutesi lo scorso fine settimana. La Svezia, che viene da una coalizione di governo “rosso-verde” di socialisti e verdi, è uno dei Paesi più direttamente interessati dalla questione dell’accoglienza dei migranti: insieme alla Germania, infatti, è uno dei membri Ue che hanno ricevuto il numero più alto di richiedenti asilo (sebbene questo numero sia progressivamente diminuito dalle 163mila richieste del 2016 alle 25666 del 2017).

Proprio sulla questione immigrazione, come già successo in Italia, si è incentrato un dibattito nazionale acceso, venato dai toni razzisti del partito di estrema destra dei Democratici Svedesi, di cui si temeva una preoccupante affermazione elettorale: il rischio era spingere il Paese su posizioni decisamente più conservatrici, xenofobe e antieuropee. Così non è stato. Sebbene i Ds abbiano conquistato 62 seggi, il risultato è stato di gran lunga inferiore alle (loro) aspettative. Lo stesso 17% che ha preso la Lega in Italia, con la differenza che molto difficilmente loro troveranno partner di governo che gli serviranno su un piatto d’argento le chiavi del Paese: la coalizione di centrosinistra, infatti, ha ottenuto una percentuale più alta di quella di centrodestra. I risultati non sono definitivi, poiché devono ancora essere conteggiati i voti dei residenti all’estero, che arriveranno mercoledì.

Anche i Verdi del Miljöpartiet de grönne hanno tenuto. Provengono da un’esperienza di governo in cui detenevano ben sei ministeri, tra cui quello fondamentale della cooperazione internazionale e del clima (guidato dalla loro leader Isabella Lövin, autrice di una fotografia che ha fatto il giro del mondo in cui mostrava il suo team di sole donne intento a firmare una nuova legge per contrastare il cambiamento climatico, proprio mentre Trump si ritirava dall’accordo di Parigi).

Il clima è stato sempre al centro della loro agenda di governo, senza esitazioni: attraverso decreti rivoluzionari quali una tassa sull’aviazione eco-compatibile e il raddoppio del bilancio per la politica climatica, la Svezia è diventato il primo e unico Paese al mondo a essere in linea con gli impegni presi a Parigi nella COP21. E proprio di clima hanno coraggiosamente continuato a parlare per tutta la campagna elettorale, la stessa campagna elettorale che nel Paese si infervorava su migranti e rifugiati: il loro slogan, infatti, è stato proverbialmente “il clima non può aspettare”.

Nonostante uno scenario politico decisamente sfavorevole e dei sondaggi che spesso li davano al di sotto della soglia minima, i Verdi hanno tenuto duro e sono riusciti a conservare la rappresentanza parlamentare, conquistando 15 seggi. La loro presenza al Parlamento svedese si riconferma fondamentale, così come lo sarà per le elezioni europee del prossimo maggio: sono infatti le forze politiche ecologiste a possedere la vera chiave per rispondere alle insicurezze e alle inquietudini dei cittadini, ossia la trasformazione decisa dell’economia e della società verso il modello del Green New Deal. I nemici da battere non sono i migranti e i rifugiati, ma lo sfruttamento, il basso salario, l’ingiustizia fiscale, la mancanza di formazione e di educazione. Sono queste le vere sfide da affrontare e che non restano certo fuori se chiudiamo le frontiere (o i porti).

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