In un articolo pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 19 agosto si annunciava l’imminente e problematica partenza della Visitazione (1528-1530 circa) di Pontormo per gli Stati Uniti, un’opera già vacante da diversi anni dalla sua collocazione nella pieve dei Santi Michele Arcangelo e Francesco a Carmignano in seguito al suo restauro e successivo prestito a Palazzo Strozzi, per la mostra Rosso e Pontormo nel 2014 e The Greeting di Bill Viola nel 2017.

In occasione dell’arrivo della Visitazione di Pontormo negli Stati Uniti in mostra presso la Morgan Library and Museum di New York (7 settembre – 6 gennaio 2019) e in seguito presso il J. Paul Getty Museum di Los Angeles (5 febbraio – 28 aprile 2019), la Casa Italiana di New York organizza questo giovedì una conferenza di presentazione dell’opera per approfondire lo stato della ricerca su quest’ultima in seguito al suo restauro del 2014 e la relazione tra disegno e pittura nel ritratto in Pontormo.

Vale la pena ricordare che la mostra Miraculous Encounters, che fino alla fine di agosto era ospitata a Palazzo Pitti, nasce dalla collaborazione tra gli Uffizi e le due istituzioni americane e mette a confronto la pala d’altare della con l’unico disegno preparatorio della Visitazione custodito agli Uffizi; il Ritratto di Carlo Neroni recentemente riscoperto e identificato in collezione privata in Europa ed esposto per la prima volta a Firenze; infine solamente per le sedi di Firenze e Los Angeles con l’Alabardiere in collezione Getty (a sua volta affiancato dal suo disegno preparatorio) tutte opere vicine per datazione alla Visitazione.

La conferenza presso la Casa Italiana è solo il primo dei diversi appuntamenti di dibattito e approfondimento su aspetti specifici del lavoro dell’artista rivolte sia agli studiosi sia al pubblico generale che accompagneranno le due mostre negli Stati Uniti, caratterizzate, come di consueto nel caso della Morgan Library e vieppiù del Getty, da una grande attenzione allo studio e alla ricerca offerta dalla presentazione di un’opera e non solo alla sua esposizione. Le opere d’arte hanno bisogno del nostro sguardo e certamente questa mostra si offre come occasione per approfondire lo stato di ricerche sulla pala e la conoscenza dell’opera del maestro fiorentino negli Stati Uniti.

A raccontare la vicenda così, alla luce della collaborazione tra istituzioni di peso e il coinvolgimento di accademici e studiosi di entrambe (almeno) le nazionalità, nessuno obietterebbe dell’opportunità della mostra, ma il problema si pone non solo se si considera che uno dei lavori in mostra è già da tempo in prestito ma soprattutto perché la Visitazione è un’opera identitaria del luogo che la ospita. Sebbene la destinazione originaria della pala sia ancora incerta e oggetto di studio, infatti, la sua collocazione sull’altare risale almeno al 1538, e chi visita la pieve di Carmignano lo fa pensando di trovarsi di fronte a questo dipinto.

E come per la Madonna del Parto di Piero della Francesca, certe opere non sono solamente situate in un territorio, ma fanno parte e allo stesso tempo informano di sé il paesaggio: chi viaggia sulla E45 e si ferma nel piccolo edificio di Monterchi che ospita l’affresco legge quella porzione d’Italia alla luce dei colori e delle forme di Piero, e ritrova nell’opera un brano di quella parte d’Italia, così l’incontro con le quattro donne dipinte da Pontormo restituisce una diversa conoscenza e intelligenza della Toscana, al di fuori della cartolina a uso del turista che è diventata.

La relazione tra opera e territorio contraddistingue il nostro patrimonio culturale e non si capisce davvero perché continuino a ripetersi episodi come quello, recentissimo, della Santa Bibiana del Bernini. In questo quadro allora la Visitazione non sarebbe dovuta partire, nonostante le precauzioni conservative e il prestigio della manifestazione. C’è poi un altro dato che lascia perplessi: come reso noto dai comunicati stampa delle tre mostre e sottolineato nell’articolo di Marco Ferri, la Visitazione sembra avere il ruolo davvero improprio di testimonial per la campagna di crowdfunding promossa dalla Pieve di Carmignano per urgenti lavori di restauro.

Qui non si tratta, a mio avviso, di invocare una legislazione che vincoli i prestiti – dovrebbe bastare il giudizio e la professionalità delle Soprintendenze che hanno già strumenti giuridici per impedirli – né di chiamare in causa aspetti legati all’applicazione di tasse per i prestiti resi possibili dalla riforma Franceschini (una norma che armonizza i nostri musei statali con quelli di quasi tutti gli stati europei, in primis il Louvre, e li rende meno vulnerabili) – ma di chiarire che un prestito mette sempre a repentaglio l’opera, la sottrae al suo pubblico di riferimento, rende meno leggibile la sua cornice e che dunque va valutata solo se utile alla ricerca scientifica e alla sua lettura. Certo non per riparare un tetto.