Una notizia circola da alcuni giorni sulla stampa e sui social. La Deutsche Bahn, cioè la società della ferrovie tedesche, avrebbe manifestato l’intenzione di irrorare certe stazioni della S-Bahn di Berlino (la Stadtschnellbahn, ossia la rete ferroviaria metropolitana) con emissioni di “musica atonale” allo scopo di contrastare ladruncoli, teppisti, alcolizzati e spacciatori che le presidiano.

A detta del portavoce Friedemann Kessler, la musica atonale riuscirebbe indigesta ai più, dunque i lestofanti che bivaccano in stazione, infastiditi, sgombrerebbero il campo e lascerebbero in pace le migliaia di pendolari che ogni giorno si spostano da un capo all’altro della città sulle efficienti ferrovie teutoniche.

La notizia è curiosa: svela da un lato il senso d’impotenza che invade anche i tedeschi nel fronteggiare un problema sociale diffuso nelle società opulente; dall’altro, l’approssimazione con la quale spesso ci si rivolge alla musica. Che l’arte dei suoni abbia un effetto sulla psiche e sui comportamenti lo si sa dai tempi di Platone: ma questo non ne giustifica una strumentalizzazione del tutto impropria, come se fosse un disinfestante.

Una parentesi per il profano. La musica, ogni musica, si fonda su un sistema codificato di relazioni fra suoni. Molti sistemi diversi si sono concretati in forme stabili e durature sul nostro pianeta, nell’arco dei secoli. La cosiddetta “musica tonale” (per intenderci, quella di Bach, Mozart, Beethoven, Verdi, ecc., ma anche delle canzonette o del musical) rappresenta il sistema dominante nella cultura musicale occidentale dal Seicento a oggi, ma il suo predominio è tutt’altro che assoluto ed esclusivo.

Ai primi del Novecento, alcuni compositori di punta si adoperarono nel dilatare e ampliare questo sistema, rendendo più lassi ed evasivi i nessi fra i suoni, fino ad annullarli, sì da produrre accostamenti sonori inusitati, assai più dissonanti di quanto non avvenga nell’osservanza della tonalità. Tale fase – appunto quella della atonalità – corrisponde storicamente alla produzione di autori viennesi come Anton Webern e Arnold Schönberg negli anni 1907-1923. Cito un paio di composizioni, straordinarie, di quel periodo: i Cinque Lieder per voce e pianoforte op. 4 di Webern su testi del poeta Stefan George (1907-08) e i Tre pezzi per pianoforte op. 11 di Schönberg (1909), o lo stesso Pierrot lunaire di Schönberg (1912).

Attenzione però: “atonalità” non è sinonimo di “dodecafonia“, come talvolta si legge sui giornali. Quest’ultima mantiene sì i caratteri sonori più evidenti della atonalità, ma postula al contempo – a partire dagli anni 20 – una riorganizzazione pervasiva e radicale dello spazio sonoro sulla base di principi costruttivi assai stringenti, e integralmente nuovi rispetto alla tonalità. Mi fermo qui.

È certamente vero che di primo acchito le musiche “atonali” non sono facili da ascoltare per chi non frequenti le sale da concerto. Ma da qui a proporle come un insetticida o un repellente ce ne corre. In ogni caso, se la Deutsche Bahn attuerà il proponimento preannunciato dal signor Kessler, possiamo fare due ipotesi:

1. Ammettiamo che, per l’appunto, la musica atonale trasmessa nelle stazioni della S-Bahn riesca insopportabile ai lestofanti, e che costoro si dileguino. Ma i viaggiatori, le persone per bene che prendono il treno per recarsi al lavoro, come la percepirebbero? Sono tutti colti ed esperti? O sarebbero disturbati anch’essi? Il loro orecchio è forse diverso da quello dei delinquenti? Non risulta che gli otorino e i fisiologi in genere, si siano mai pronunciati in tal senso. E allora si dovrà presumere che i viaggiatori, per non assoggettarsi al fastidio, ricorrano a mezzi di trasporto alternativi: con serio nocumento per i bilanci della Deutsche Bahn e intasamenti nel traffico stradale berlinese. Mah, sembra fantascienza.

2. La seconda ipotesi, opposta e forse più realistica, non è stata probabilmente presa in considerazione dall’azienda tedesca. La diuturna somministrazione di musica “atonale” potrebbe sortire un effetto per certi versi gaudioso. È possibile che tanto i perdigiorno quanto i pendolari, a furia di sentirsela propinare, si assuefacciano e finiscano per apprezzarla. Infatti, più la si ascolta, più una data musica riesce “comprensibile” e infine piace. Prima degli psicologi della musica lo sapeva già Giacomo Leopardi, che nello Zibaldone scriveva: “Né altro è nelle melodie musicali il popolare” – ossia ciò che incontra il favore generale – “se non una successione di tuoni (suoni) alla quale gli orecchi del popolo, o degli uditori generalmente, siano per qualche modo assuefatti”.

Staremo a vedere. Da parte mia suggerisco ai lettori di provare ad accostarsi alla musica “atonale” (esattamente come a quella “tonale”) senza prevenzioni e di preferenza al concerto o con un buon cd: sarà una scoperta che a poco a poco arricchirà la loro vita, la loro cultura e, perché no, il loro piacere.

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